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Paolo Sortino - "Elisabeth"

[Einaudi, Torino 2011]

Siamo tutti onniscienti consumatori di cronaca e ricordiamo l’incesto protratto, scandito da sette gravidanze, di un padre austriaco con la figlia diciottenne. Forse ricordiamo anche il bunker, quel sottosuolo domestico che racchiuse l’evento intollerabile, facendolo esistere e durare.

Questa trama già nota Paolo Sortino l’ha trasformata in romanzo, guidato dall’idea di distillarne un surplus di esperienza e caricarla di quell’ampiezza di vibrazioni che secondo Benjamin manca all’informazione. Per farlo aveva molte possibilità: se si volesse contarle dovremmo fare l’inventario dei giudizi di gusto. Dall’elenco virtuale delle poetiche Sortino estrae la propria, che non è quella della sottrazione, scavata da digiuni sintattici, né quella dell’allusione, storta e velata. Sortino sceglie di riprodurre la tonalità gotica della cronaca, esasperandola e insieme sublimandola, al punto da farne – come hanno osservato Walter Siti e Giorgio Vasta – una narrazione mitica.

È così che in Elisabeth il patetico torna al suo nucleo etimologico, graffiandosi via la crosta che lo apparenta al kitsch grazie ai lampi di una scrittura che trasmette esplicita la violenza delle sensazioni: «Con un morso a metà tra un bacio e uno strappo tirò via da una parte la fronte di lei come una striscia liquida. L’immagine di Elisabeth divenne qualcosa che lui poteva modificare con le dita e i palmi delle mani. Disarticolava il corpo della figlia in chiazze e campiture fugaci» (p. 28).La descrizione dell’incesto fissa qui il grido della carne macellata fuggito via dai quadri di Bacon; ma non è questo il fulcro della narrazione di Sortino.

Verso la fine del romanzo la voce narrante avverte: «Non si dica di lei che è cresciuta nel bunker. Elisabeth è cresciuta insieme al bunker» (p. 208). Dobbiamo stringere gli occhi intorno a una preposizione per capire che a essere protagonista, più che la relazione delittuosa tra umani, è quella tra la ragazza e il suo ambiente. È una relazione a tutti gli effetti, saldata dalla corda che lega Elisabeth alle pareti di roccia, aderenti come placenta. Il bunker è un utero esponenziale che fa gonfiare la pancia della ragazza, sfera d’acqua e sangue incastonata nella sfera di pietra. Non da subito la caverna è ospitale: l’ingresso al suo interno è violenza olfattiva e storpiatura muscolare.

Ma col passare dei giorni Elisabeth comincia a pensare al bunker «come a una sua natura espansa» (p. 80). I confini del corpo proprio si diluiscono e la friabilità delle ossa contagia l’armatura del cemento. La simbiosi col bunker ne permette la domesticazione e questa è un’assurda metamorfosi – eppure lo spazio concentrazionario diventa davvero protettivo. Questo globo di sottosuolo Elisabeth finirà per preferirlo al mondo esterno, che non verrà mai rimpianto: diventerà un abnorme da auscultare con orecchie vigili ma non ansiose di abolire diaframmi.

Attraverso la parabola della sua Elisabeth – la cui iniziale «volontà di fuggire» si ripiega in «desiderio di restare rinchiusa» (p. 175) – Sortino compie un’analisi esistenziale della spazialità, che potrebbe trovare un responsorio nella filosofia delle sfere di Sloterdijk e nelle variazioni sul mito della caverna (compreso il suo rovesciamento) studiate da Blumenberg. Essere contenuto dal proprio mondo, dalla perfezione sferica del proprio limite – e tenere alla larga la realtà: ecco ciò che vuole l’uomo. Ma l’equilibrio di una sfera è instabile, perché «condivide con la fortuna e il vetro il tipo di rischio che tocca tutto ciò che va facilmente in frantumi» (Sloterdijk, Sfere I, p. 97). E quando la cappa pietrosa diventata perla di vetro si romperà, sarà La deportazione (così si intitola, scandalosamente, l’ultimo capitolo del romanzo, quello in cui Elisabeth e i figli vengono trovati dalla polizia e liberati). “Libertà” è una parola vuota: va abitata.

Per Elisabeth: «la libertà non consisteva più nell’andare lontano, ma nel diritto di creare le condizioni necessarie a essere felici. Fuori dal bunker, quelle condizioni ebbe timore di averle perdute per sempre» (p. 211).

[Articolo sostenuto dal fondo 2012 della Hankuk University of Foreign Studies]

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Allegoria n.64

«A partire dalla fine del secolo e poi, con forza crescente, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, le contraddizioni materiali a livello planetario sono diventate sempre più acute e sempre più ineludibili […]. Una società che sembrava ormai ignorare il trauma o almeno capace di respingerlo ai margini dell’esperienza quotidiana si trova ormai al centro di colpi e contraccolpi traumatici, di ansie che non riguardano più rischi immaginari (per esempio: di eventuali epidemie) ma fenomeni concreti dell’esistenza, a partire dalla possibilità da parte dei giovani di trovare o di conservare il lavoro». Romano Luperini

Romano Luperini

sommario

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Il tema: la letteratura degli anni Zero

Teoria e critica

Tremila battute