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Marco Mancassola - "Non saremo confusi per sempre"

[ Einaudi, Torino 2011 ]

Non saremo confusi per sempre è composto di cinque racconti a metà tra fiaba e non-fiction. Le storie raccontate, infatti, sono riscritture di cronache di casi giudiziari di forte impatto emotivo e di grande rilevanza mediatico-televisiva. L’uccisione di un ragazzo tedesco ad opera del principe Vittorio Emanuele (1978), la morte in un pozzo di Alfredo Rampi (1981), l’incidente, il lungo stato vegetativo e l’eutanasia di Eluana Englaro (1992-2009), l’omicidio nell’acido del figlio di un boss pentito di Cosa Nostra (1996) e il pestaggio a morte dello studente Federico Aldrovandi ad opera della polizia (2005) sono, nell’ordine, i pezzi di realtà trasfigurati nel libro.

L’operazione dello scrittore è ridare un senso a queste storie «che hanno traumatizzato e commosso la nostra coscienza»: non è una ricostruzione analitica volta ad accertare i fatti perché il lato cronachistico e giornalistico è dato per scontato e riassunto in poche righe. Quello che Mancassola prova a fare, con alterna fortuna, è una riscrittura letteraria di quelle storie, che riscatti e dia forma al dolore e alla morte di cui sono impregnate.

Nel primo racconto il “meccanismo trasfigurante” è svolto dal teatro perché la messa in scena della tragica vicenda modifica il “vero” finale negando la morte del ragazzo e concedendogli, invece, una fuga indolore.

Il secondo racconto attua una strategia differente: attraverso una costruzione squisitamente fiabesca fa virare la tragedia in fantastico, permettendo al bambino di incontrare i personaggi di Viaggio al centro della terra.

Nel terzo racconto il meccanismo che trasforma una morte (seppur desiderata) in vita è dato dalla gravidanza di una ragazzina conosciuta dal narratore; i parallelismi fra la vicenda reale e quella inventata sono fin troppo espliciti, ma l’intensità dell’esperienza e della scrittura che la esprime riescono meglio dei racconti precedenti a dar conto dell’intento poetico.

Il quarto è forse il racconto più riuscito. L’atroce morte di un ragazzino di dodici anni è riferita, come in tutto il libro, in maniera cronologica e fedele alle fonti giornalistiche e giudiziarie, ma il suo senso ultimo è detto attraverso un’operazione letteraria più ardita. Il legame fra fatto reale e racconto è meno pretestuoso perché più squisitamente finzionale: la protagonista, compagna di banco ai tempi delle medie di Giuseppe di Matteo, fa rivivere il bambino nei suoi fumetti, trasformandolo in supereroe. Prigioniera delle sue fantasie e autisticamente isolata dal mondo reale, riuscirà ad aprirsi alla vita solo liberandosi del ricordo di quella storia di omertà e connivenza familiare.

Il quinto e ultimo racconto narra dell’acquisizione di consapevolezza di Federico Aldrovandi. Il meccanismo trasfigurante è qui dato immaginando che il ragazzo, subito dopo essere stato pestato a morte, diventi un fantasma che insieme ad altri fantasmi di ragazzi uccisi dalle forze dell’ordine venga portato nella casa del Grande Fratello, corpo a corpo con la gioventù per antonomasia defraudata dall’illusione mediatica. Il suo uscire da uno stato di confusione funge da sintesi e raccordo per tutti gli altri racconti, per i quali valeva la stessa sfida di fondo: trovare nella finzione la ragione di quei fatti che la non-fiction non può dare.

Tuttavia per far questo non è sufficiente costruire un mondo altro in cui sviluppare le eventualità che non si sono date. Certi accostamenti risultano troppo velleitari e poco coraggiosi e solo a sprazzi le storie riescono ad esplorare davvero il territorio del possibile oltre l’avvenuto e a costruire racconti che vadano oltre la pur condivisibile lettura socio-antropologica. Se la spettacolarizzazione del reale è cosa assodata, il tentativo di forzare nel fantastico quelle trame, anziché nel cronachistico o nell’autofinzione, è un esperimento nuovo e sicuramente significativo. Gli esiti, tuttavia, non sono omogenei e non restituiscono un’opera potente e davvero immaginifica.

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Allegoria n.64

«A partire dalla fine del secolo e poi, con forza crescente, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, le contraddizioni materiali a livello planetario sono diventate sempre più acute e sempre più ineludibili […]. Una società che sembrava ormai ignorare il trauma o almeno capace di respingerlo ai margini dell’esperienza quotidiana si trova ormai al centro di colpi e contraccolpi traumatici, di ansie che non riguardano più rischi immaginari (per esempio: di eventuali epidemie) ma fenomeni concreti dell’esistenza, a partire dalla possibilità da parte dei giovani di trovare o di conservare il lavoro». Romano Luperini

Romano Luperini

sommario

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Il tema: la letteratura degli anni Zero

Teoria e critica

Tremila battute