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Christian Caliandro, Pier Luigi Sacco - "Italia Reloaded. Ripartire con la cultura"

[ il Mulino, Bologna 2011 ]

Le agili dimensioni del libro svelano subito cosa Italia reloaded non è: non si tratta di un’indagine esaustiva sul presente della cultura italiana, né di un organico saggio di storia culturale.

Il pamphlet nasce dalla collaborazione tra uno storico dell’arte e un “economista della cultura”, due figure che non potrebbero apparire più agli antipodi: da una parte, un esperto di arte contemporanea, il campo sociale più autoriflessivo, a tratti quasi autistico, tra gli odierni universi di produzione culturale; dall’altra, il titolare di una cattedra la cui titolatura sfida gli automatismi percettivi che, dall’inizio dell’Ottocento almeno, ci presentano la Cultura e l’Arte come irriducibili all’Economia.

Le due mani non si sovrappongono perfettamente – una è evidentemente più felice nel destreggiarsi con l’agile scrittura richiesta dal genere – ma l’argomentazione prende origine dallo stesso punto di partenza: l’analisi logica della metafora, ben sedimentata nella lingua mediatica e mediatizzata, che identifica nella cultura il “giacimento di petrolio” dell’Italia.

I due autori smontano questa formula, riportandola alla brutalità del referente: che cos’è un giacimento di petrolio, infatti, se non un deposito di cadaveri sepolti e fossilizzati? Così straniata, l’immagine comincia a vibrare di echi, le cui implicazioni sono sviluppate nei tre capitoli del libro. Quello conclusivo, che tira le fila del discorso cercando di aprirsi a un cauto ottimismo, è il meno incisivo, mentre il primo e il secondo sviluppano fin dai titoli ulteriori sfumature di senso della metafora “petrolifera”.

Il sottotitolo del secondo, Il patrimonio culturale italiano e le sue rendite, ne mette in luce l’implicita serrata nei confronti del futuro: come i giacimenti di combustibili fossili, anche una cultura trasformata in “rendita” e limitata a prodotti classici e canonizzati non ha speranza di evolvere, ma si può solo sfruttare fino all’esaurimento; esemplare di questo processo è la spirale perversa che porta alla cimiterizzazione delle città d’arte, volte ad uso e consumo dei turisti e condannate alla morte sociale e civile.

Ma il capitolo più interessante è il primo, che fin dal titolo, Zombie culturali: l’Italia dei morti viventi, annuncia lo sviluppo della figura originaria in una catena di immagini che non teme di mischiare sacro e profano, opere canoniche e produzioni di massa. Se la cultura è un giacimento di petrolio, e dunque di cadaveri, lo scrigno che la contiene è una tomba, da cui le elaborazioni intellettuali del passato emergono come revenants, zombies dell’inconscio nazionale.

Attraverso l’uso suggestivo delle immagini (sia in senso retorico che proprio: al centro del volume si incastona un inserto fotografico), l’autore del capitolo si confronta con una domanda cruciale: perché il senso comune pone questa equivalenza sotterranea tra “cultura” e “cosa morta”? La risposta va cercata in un’identità italiana che si è costruita nel tempo su una serie di rimozioni, la più recente delle quali ci separa dal decennio irrisolto degli anni Settanta: tra gli anni della televisione in bianco e nero e quelli della tv a colori si apre una cesura che non è stata culturalmente elaborata.

L’autore del capitolo individua nella letteratura, e più specificamente nella narrativa, l’ambito culturale che con più creatività ha cercato di sopperire a questo vuoto, alla voragine che separa gli anni che si sono fossilizzati nell’immaginario con i colori del piombo e dei lenzuoli bianchi stesi sopra i cadaveri, e quelli variopinti dei cartoni animati, del Drive In e del Supertelegattone.

Questo giudizio fa del libro uno stimolo suggestivo non solo per ogni operatore culturale o cittadino cosciente, ma in particolare per i critici e gli storici della letteratura: è significativo che uno sguardo estraneo ai principi di visione e divisione propri del campo letterario individui proprio nella narrativa l’ambito di produzione culturale più innovativo del presente.

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Allegoria n.64

«A partire dalla fine del secolo e poi, con forza crescente, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, le contraddizioni materiali a livello planetario sono diventate sempre più acute e sempre più ineludibili […]. Una società che sembrava ormai ignorare il trauma o almeno capace di respingerlo ai margini dell’esperienza quotidiana si trova ormai al centro di colpi e contraccolpi traumatici, di ansie che non riguardano più rischi immaginari (per esempio: di eventuali epidemie) ma fenomeni concreti dell’esistenza, a partire dalla possibilità da parte dei giovani di trovare o di conservare il lavoro». Romano Luperini

Romano Luperini

sommario

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Il tema: la letteratura degli anni Zero

Teoria e critica

Tremila battute