Informativa sull'utilizzo dei cookie

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Accetto

Gianni Vattimo, "Della realtà. Fini della filosofia"

[Garzanti, Milano 2012]

A suo modo, e contro voglia, Della realtà racconta la crisi del pensiero postmoderno. Il primo nucleo, del 1998, bolla di nevrosi il bisogno di realismo sempre più frequente nella filosofia di oggi e difende l’ermeneutica spingendola sino al nichilismo. Non basta ripetere che «non ci sono fatti, solo intepretazioni»: bisogna aggiungere – come fa Nietzsche – che «anche questa è un’interpretazione», e trarne le conseguenze come solo Heidegger avrebbe saputo fare. La decisione con cui questo progetto è perseguito porta a fare del realismo uno spauracchio metafisico, autoritario, apologetico dell’esistente, politicamente reazionario. Molte di queste accuse potrebbero essere ritorte contro l’ermeneutica nichilista; eppure, qualcuno ha troppa furia di liquidare l’intera cultura postmoderna come un cumulo di bizzarrie.

Così, nel secondo nucleo del libro, del 2010, Vattimo tenta una nuova legittimazione. Il discorso è costruito in modo più persuasivo di Addio alla verità (Meltemi 2009): sebbene ne continui l’ispirazione decretando una «fine della realtà» che non saprei augurarmi neppure come impegno per una sua «dissoluzione etica», mette alcuni punti fermi. In primo luogo, la critica al principio di Tarski, secondo cui «“p” (l’enunciato “piove”) è vero solo se p (se cioè piove davvero)». È un asserto minimale e ultimativo, ma poco utile a chi si occupa di humanities, ed è abituato a enunciati empiricamente falsi e a simulazioni che hanno la forza del vero. La verità di cui ci importa non è tanto quella dei fatti, che, ricorda Vattimo respingendo pure l’anything goes di Feyerabend, l’ermeneutica non intende negare. Si può dare scienza dei fenomeni, ma non dei noumeni: il campo dell’interpretazione è dunque quest’ultimo.

In secondo luogo, anzitutto nel campo dei valori la verità non può essere adaequatio intellectus ad rem né rispecchiamento: la realtà è infatti, direi, la regola del discorso costruita per consenso, il limite e la garanzia dell’interpretazione, senza i quali non sarebbe possibile alcuna intesa. Certo, nel consenso sta il pericolo del conformismo o del grigio dominio dell’inautenticità: è un rischio che Vattimo denuncia e che forse non riesce a scongiurare. Ciò con cui ha difficoltà a fare i conti è che a essere dispotico non è il realismo, ma proprio la realtà – con il suo corredo di piogge e giorni di sole, nascite e morti. Vattimo non può saldare l’accertamento fenomenico dei fatti all’interpretazione dei noumeni, teso com’è (ed è sicuramente un acquisto) a distinguere i due ambiti. L’unica scelta saggia, basata sulla pratica anziché sulla teoresi, è che l’ermeneutica eserciti il suo influsso negli ambiti che le sono propri, e che il realismo non pretenda di colonizzare terreni dove darebbe ben pochi frutti. In terzo luogo, è certo fondativa l’esigenza di libertà e di emancipazione, che vuole l’interprete consapevole sia del proprio coinvolgimento nella cosa interpretata sia della progettualità che lo guida. Si cambia il mondo meglio interpretandolo, che descrivendolo come qualcosa che è là fuori. Nessuna neutralità, dunque: soprattutto nella versione conflittuale e filomarxista proposta ora, l’ermeneutica è diventata irrinunciabile. Eppure, basterà giocare la carta di un’autoregolamentazione senza rete? rifiutato lo scientismo, nulla più oppone resistenza all’interpretazione? e i limiti di quest’ultima sono solo costruiti dagli interpreti?

Della realtà è la battaglia contro un mutamento culturale; la difesa orgogliosa e necessaria di una tradizione che non si può rimuovere; un congedo dalle illusioni della Società trasparente; e forse la difficile presa d’atto di un fallimento. In questo procedere c’è davvero qualcosa di nevrotico (e proprio nel senso di Vattimo): Vattimo riconosce che le critiche mosse al pensiero debole erano fondate, e che necessità etiche e politiche indurrebbero a un mutamento; ma insieme si ostina, rilancia e ripete vecchi refrains («non accade mai nulla», neppure con l’11 settembre). Chissà se è libertà, questa. Certo è che anche la nevrosi ha molto da insegnarci: tutto sta a farla pensare.

allegoria65-66

Allegoria n.65-66

La crisi della critica ha molte facce e coinvolge contemporaneamente lo statuto della disciplina, con le sue implicazioni ideologiche, le istituzioni nelle quali essa viene praticata e trasmessa (università, scuola, editoria, giornalismo), la condizione sociale di chi la esercita. Anche per questo, la consapevolezza che della crisi hanno i critici varia a seconda del punto di vista. Quale che sia la posizione di ciascuno, non si può dubitare che una ragione di crisi è la scarsa opportunità di confronto autentico; e che ogni spazio o ragione di dialogo e di scambio collaborano a dare un senso e una legittimità al nostro lavoro.

sommario

Di seguito è disponibile l'indice completo del numero diviso per le sezioni tematiche della rivista.
Fai clic su un titolo di sezione per espandere l'indice degli articoli contenuti.

Il tema: La critica letteraria oggi

Teoria e critica

Il presente

Canone contemporaneo

Il libro in questione

Tremila battute