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Massimo Fusillo - "Feticci"

[Il Mulino, Bologna 2012]

Se già la pagina iniziale della premessa, intitolata La creatività sta nel dettaglio, definisce l’argomento del volume, che non tratterà «di tutti i tipi di oggetto, indiscriminatamente. Ma solo di quelli che vengono investiti di valori simbolici, affettivi, emotivi: di quelli che diventano insomma feticci» (p. 7), l’introduzione fissa alcuni snodi essenziali della riflessione sul feticismo, «concetto chiave della modernità» (ibidem): l’esperienza colonialista dei culti animistici africani, la riflessione in chiave economica di Marx, la svolta psicoanalitica di Freud e, in tempi più recenti, il riuso nell’estetica camp, nel cui segno Fusillo getta sulla contemporaneità uno sguardo non esente da ottimismo, destinato probabilmente a non essere condiviso da coloro che vede arroccati «in una sterile difesa della tradizione umanistica» (p. 9). Dopodiché, seguendo un itinerario focalizzato sulla letteratura ma con frequenti incursioni nell’arte contemporanea, nel cinema e nell’immaginario erotico, sette capitoli affrontano le principali tipologie del feticcio dalle Argonautiche a Pig Island, installazione in progress dell’artista statunitense Paul McCarthy.

Come si evince anche dalla loro variabile estensione, i capitoli non hanno pretese di sistematicità, ma un andamento fluido e aperto, la cui impostazione tipologica non esclude tuttavia la scansione storiografica. Lo si nota nella capacità di individuare un decisivo spartiacque tra Sette e Ottocento e di seguire la progressiva scoperta novecentesca del fascino dell’inorganico; parimenti – ed è uno dei risultati più interessanti del volume – in nome della «teatralizzazione dell’oggetto-feticcio» (p. 111) Fusillo è abile nello stabilire una continuità tra l’estetismo ottocentesco e la sensibilità camp.

Nonostante la materia si presti ad associazioni dionisiache – per rimandare a un precedente lavoro dello studioso –, la rassicurante chiarezza dell’esposizione sembrerebbe spingere il saggio sul versante dell’apollineo; nel corso della lettura, però, si aprono intercapedini argomentative che chiamano a una ricapitolazione meno lineare di quanto si potrebbe credere a prima vista. Innanzitutto, è vero che la definizione del feticcio ci accompagna sin dall’inizio, ma essa si arricchisce e si completa mano a mano che avanziamo nelle pagine; in particolare, irraggia senso sugli altri il capitolo centrale sulla forza mitopoietica degli oggetti in Flaubert e Kazan, da cui siamo guidati a riconsiderare il feticcio come un oggetto mediatore tra due diversi paradigmi di realtà, uno psicologico-fantasmatico e l’altro, per così dire, fattuale. Inoltre, se Fusillo giustamente sottolinea che la mitopoiesi feticista evoca la creatività delle arti e della letteratura, d’altro canto il privilegio conferito al dettaglio finisce per costituire una mise en abyme della stessa attività critica, che sul particolare e sulla singolarità del passo lavora investendolo di senso per afferrare la totalità del testo. Ecco allora che lo studio letterario del feticcio si specchia in se stesso, aprendo scenari ermeneutici in cui il desiderio e l’erotismo svolgono un’imprevista funzione modellizzante che i critici, arroccati o meno che siano nella riserva dell’alta cultura, potrebbero anche non trascurare per uscire dal loro permanente stato di crisi.

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Allegoria n.65-66

La crisi della critica ha molte facce e coinvolge contemporaneamente lo statuto della disciplina, con le sue implicazioni ideologiche, le istituzioni nelle quali essa viene praticata e trasmessa (università, scuola, editoria, giornalismo), la condizione sociale di chi la esercita. Anche per questo, la consapevolezza che della crisi hanno i critici varia a seconda del punto di vista. Quale che sia la posizione di ciascuno, non si può dubitare che una ragione di crisi è la scarsa opportunità di confronto autentico; e che ogni spazio o ragione di dialogo e di scambio collaborano a dare un senso e una legittimità al nostro lavoro.

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