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Pierre Bourdieu - "In Algeria. Immagini dello sradicamento"

[a cura di F. Schultheis, Ch. Frisinghelli, A. Rapini, Carocci, Roma 2012]

È l’ultimo libro pubblicato in italiano di e su Pierre Bourdieu. In attesa della traduzione di Sur l’État, l’ultimo corso al Collège de France, In Algeria va alle origini. È un libro ricco, composito, che impone al lettore attenzione e pazienza; raccoglie molti materiali, alcuni inediti altri già pubblicati, alcuni noti altri tradotti per la prima volta, alcuni di Bourdieu altri dei curatori, inframmezzati a fotografie bellissime, tutte di Bourdieu.

Il lessico e la prosa del sociologo sono quasi disorientanti per un neofita, ma l’apparato iconografico del libro ripaga abbondantemente il lettore ignaro, e magari solo appassionato di fotografia o di Algeria. La scelta dei testi bourdieusiani è stata accurata e soprattutto essenziale: ci sono quasi tutti gli aspetti rivoluzionari del suo pensiero, senza dover partire ancora una volta dai concetti. Non si parla di campo, ad esempio, ma le pagine riportate da Le Déracinement contengono il nucleo indiviso da cui sprigiona l’energia che fa muovere il sistema: è qui che si comprende quanto vitale sia la “cassetta degli attrezzi” del sociologo per svelare i dispositivi di dominio. Esemplare, da questo punto di vista, il passaggio tratto dal Senso pratico sull’hexis corporea, «mitologia politica realizzata, incorporata, diventata disposizione permanente, modo durevole di stare, di parlare, di camminare, quindi di sentire e di pensare » (p. 151). Con poche parole si libera il campo da pile di carta e sedicenti studi “di genere”.

Tutto questo ha un fondamento temporale e geografico, l’Algeria francese, il cui valore fondativo si coglie nell’Introduzione di Rapini: è in Algeria che prende forma l’auto-socio-analisi, il vero cambio di passo del “metodo” Bourdieu. Osservando il sottoproletariato urbano e i contadini sradicati, Bourdieu comprende che la rivolta dei sottoproletariati del mondo non sarà mai rivoluzione. Nasce qui la sua diffidenza per il terzomondismo, non certo un pensiero che si pone tra la speranza e il possibile, ma esclusivamente nell’ambito della speranza più pura, messianica, salvifica. Niente di più lontano da Bourdieu: il quale, come può capire benissimo anche chi legga per la prima volta i suoi scritti, non è per questo un anti-rivoluzionario, al contrario, è un fomentatore di rivoluzione, quella “vera”, non solo sperabile ma possibile. Questa è la risposta più semplice, ma evidentemente la più difficile da comprendere, a quanti ancora accusano Bourdieu di determinismo.

Un secondo testo prezioso è l’intervista a Schultheis del 2001. Qui c’è l’esercizio dello sguardo dell’etnologo portato su se stesso: il grande lascito di Bourdieu, ancor più grande ora che la cosiddetta democratizzazione dell’università degli anni Settanta- Ottanta del Novecento ha dato i suoi frutti. Quanti oggi siamo come lui, sradicati rispetto all’ambiente di provenienza, abbiamo sempre davanti a noi il bivio fra «il populismo e la vergogna di sé legata al razzismo di classe» (p. 96). In quel “sé” c’è un mondo proletario, piccolo-borghese, di provincia, che semplicemente non può comprendere le regole del gioco del campo accademico. E quelle regole, inculcateci in anni di università, sono entrate in crisi, e solo l’auto-socio-analisi può consentire a chi ancora vuole giocare in questo campo di certificarne la morte e andare oltre, rifondando i saperi di un’università che ha ormai esaurito il suo ciclo. Solo così si infrange l’illusione del luogo comune nel quale siamo, più o meno consapevolmente, tutti immersi: il rinnovamento generazionale. Tutto questo, Bourdieu lo scopre nell’Algeria della francesizzazione che, letta con queste lenti, diventa un laboratorio di costruzione sociale impressionante. Lontano dalle patrie europee dei diritti umani, l’individualismo moderno vi mostra la sua complessità, dove la trasgressione della regola diventa la regola e la nuova protezione dell’anonimato si sostituisce a quella del gruppo sociale tradizionale: «come la terra, come la pentola, l’onore ha cessato di essere indiviso» (p. 180).

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Allegoria n.65-66

La crisi della critica ha molte facce e coinvolge contemporaneamente lo statuto della disciplina, con le sue implicazioni ideologiche, le istituzioni nelle quali essa viene praticata e trasmessa (università, scuola, editoria, giornalismo), la condizione sociale di chi la esercita. Anche per questo, la consapevolezza che della crisi hanno i critici varia a seconda del punto di vista. Quale che sia la posizione di ciascuno, non si può dubitare che una ragione di crisi è la scarsa opportunità di confronto autentico; e che ogni spazio o ragione di dialogo e di scambio collaborano a dare un senso e una legittimità al nostro lavoro.

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Il tema: La critica letteraria oggi

Teoria e critica

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Il libro in questione

Tremila battute