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Roberto Saviano - "Gomorra"

[Mondadori, Milano 2006]

I pregi di Gomorra sono strettamente connessi a ciò che questo libro non è, non riesce ad essere o non può essere. Gomorra ha la movenza del libro d’inchiesta, e Saviano si è formato, come scrittore, nell’ottica dell’inchiesta. Ma presto, pagina dopo pagina, ci si rende conto che qualcosa ha rotto e travolto i confini del libro d’inchiesta: un’esigenza espressiva e conoscitiva che impone alla scrittura un ritmo ossessivo, una pretesa di irretimento totale del fenomeno camorristico. Questo bisogno di penetrazione conoscitiva, di reductio ad unum del ramificato e cangiante universo criminale, manifesta nel libro di Saviano l’intento del saggista e il correlativo sguardo dall’alto, statistico, sufficientemente distante per cogliere, dietro la molteplicità dei fatti, le poche leggi che li determinano.

Ma Gomorra non è neppure un saggio: non ha del saggio la pacata costanza né la chiara architettura. Inoltre il soggetto che parla non coincide con un astratto ed impersonale punto d’enunciazione: è un soggetto che ha una propria storia, delle sue esibite passioni, un radicamento percettivo nel territorio, in mezzo ai fenomeni che pretende ordinare e sfrondare. Gomorra non è però neppure un romanzo, qualcosa magari di simile a una non fiction novel. Mai la voce entra e prende posto nelle menti delle persone di cui si raccontano gli atti; mai insomma si ricorre alla creazione di veri e propri personaggi, con un loro autonomo sguardo sull’universo narrato.

Certo, il narratore, pur coincidendo con l’autore in carne ed ossa del libro, pare acquisire spesso le doti di un dispositivo acustico e visivo straordinario, capace di raccogliere le voci più sottili, puntuali, i gesti più atomizzati e dispersi. In definitiva, si può dire che Saviano ha un indubbio talento letterario, e che in lui si realizza un raro e felice connubio tra la competenza del reporter più spregiudicato e dello scrittore capace di imprimere a una materia cronachistica il ritmo altalenante, rapido o indugiante, dell’immersione soggettiva. Ma per certi aspetti Gomorra è riconducibile alla letteratura di testimonianza.

Con questo intendo dire che non si può discutere del libro di Saviano senza considerare adeguatamente la motivazione etica che gli fornisce corpo e finalità. L’intento conoscitivo (saggio, reportage) e quello poetico (non fiction novel) sono qui scavalcati di slancio da un intento etico, d’incisione sulla realtà, di superamento del fossato che separa i discorsi dai fatti, le parole dalle cose. La pretesa di totalizzare nella scrittura il fenomeno camorristico esorbita dall’inevitabile selettività del procedimento giornalistico, così come la continua esposizione del soggetto narrante, con le sue inequivocabili marche autobiografiche, esorbita dalla posizione più defilata, se non pienamente neutralizzata dell’autore di finzioni.

Ma di che cosa pretende di essere testimone Saviano? Di quale realtà oscura, sfuggente, che la sua parola dovrebbe colpire e pietrificare? La potenza del libro risiede in una piccola, ma scandalosa, rivoluzione copernicana. Saviano non guarda alla camorra dal terreno della legalità, della vita normale, dell’economia legittima. La camorra non è un’isola d’illegalità all’interno di un mare di legalità, ma neppure una mostruosa degenerazione della società italiana o dell’economia capitalistica. Saviano rovescia completamente la prospettiva: il mondo è visto da Casal di Principe; il capitalismo internazionale è compreso a partire dall’economia illegale e dal monopolio criminale di un paese campano; la legge, l’autonomia, la libertà di pensiero ed azione sono delle eccezioni viste a partire dal regno del sopruso, della crudeltà, della schiavitù di clan.

Questo rovesciamento non concede al lettore via di fuga alcuna, lo confronta con una mostruosità che è già parte della sua stessa vita, come cittadino italiano o come semplice consumatore.