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Alfonso Berardinelli, Hans Magnus Enzensberger - "Che noia la poesia. Pronto soccorso per lettori stressati"

Si può recensire un libro di cui si sono lette soltanto le prime quarantadue pagine? Anzi quarantuno e poche righe, per essere onesti; su più di centocinquanta. Si può? Credo onestamente che non si possa, e allora ammetto che questa non è una recensione, ma una protesta, una reazione infastidita; legittima quanto il gesto con cui, pur senza averne notomizzato i molti particolari, sto allontanando una mosca molesta. Il libro in questione è Che noia la poesia. Pronto soccorso per lettori stressati di Hans Magnus Enzensberger e Alfonso Berardinelli. Il rispetto per gli autori non toglie che, con un titolo così, il lettore apra il libro più preoccupato che incuriosito. E leggendo accade che la preoccupazione trovi tutte le conferme e la curiosità nessuna.

Si parte da una lettera a Montale scritta dopo la sua morte da una quindicenne che protesta contro la professoressa e in quattro e quattr’otto ecco che la scuola è liquidata come la causa di tutti i mali che affliggono la relazione fra poesia e lettori, giovani soprattutto. Così che «la cosa migliore» pare «dimenticarsi quello che ci hanno infilato nella testa». E siamo solo a pagina 8. Ma come? In un mondo in cui ci sono la televisione e la pubblicità, in cui l’inconscio appare colonizzato da una visione del mondo omologante e superficiale, si può credere che i giovani non leggano o non capiscano o non sopportino la poesia per colpa della scuola! Proprio ciò che fanno i mass media: dire male della scuola e dei professori. Andando avanti, ho capito che la cosa era ancora più grave: la colpa di tante incomprensioni sarebbe addirittura dello studio.

Bisogna leggere, non studiare! D’altra parte ognuno sa benissimo prima di ogni insegnamento tutto ciò che è utile conoscere per leggere e godere la poesia; ognuno sa per esempio riconoscere ciò che è poesia da ciò che non lo è. La prova? Eccola: chi non sa distinguere, poniamo, un manuale di informatica dalla Quiete dopo la tempesta? E seguono i due testi, con la domanda al lettore: quale dei due è poesia? E va bene: ho capito dove mettere il libro. È un’apologia dello spontaneismo antiistituzionale anni Sessanta, condita con l’idea orfica della poesia come dono anni Settanta, infarinata nel decostruzionismo nichilista anni Ottanta ecc.

Ma che! Vado avanti e scopro che dopo aver detto peste e corna della scuola e dei professori qui ci si mette a insegnare l’abc: la metrica e le rime (rimalmezzo inclusa), le figure compreso l’omoteleuto (manca però l’antifrasi, così che il lettore crederà referenziale il titolo del libro); spaziando dagli haikù a Bob Marley. Con sfoggio di cultura ma egualmente non senza svarioni (almeno due solo a p. 32, dove si dice che il minimo di una poesia sono due versi – come se proprio l’Ungaretti addotto a esempio non ne avesse scritte di un verso solo – e che il distico è un verso doppio). Peggio ancora: alle poesie riportate vengono apposte note di spiegazione, sia pure con un po’ di incostanza.

Per Cavalcanti per esempio si spiega che «drudo» vuol dire ‘innamorato’ ma non che cosa significa «quando l’augel pia», e non oso immaginare le supposizioni dei meno scolarizzati di Roma, per i quali «pia» = “pija” = ‘prende’ (e che idea si faranno, ove la scuola non abbia fatto troppi danni, delle quartine saffiche fuggevolmente citate a p. 41?). Ma come? Non è questo appunto che si fa, talvolta peggio ma spesso assai meglio di così, a scuola? Se ne devono essere accorti anche gli autori, se a p. 41 hanno concluso: «Ma direi che può bastare così! In fin dei conti siamo qui per divertirci, non per prendere una laurea».

E lo stesso ho pensato subito anch’io: può bastare così; tanto più che non mi divertivo. Ma ho voluto girare pagina. Ed ecco il mirabile incipit: «A un certo punto, all’incirca un secolo fa, moltissimi artisti ebbero la sensazione che non si potesse più tirare avanti come in passato»; e proprio lì, preoccupato da una filosofia della storia così complessa, ho chiuso il libro e allontanato la mosca molesta.