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Giovanni Bottiroli - "Che cos'è la teoria della letteratura. Fondamenti e problemi"

[Einaudi, Torino 2006]

Chi si fermi all’understatement esibito nel titolo (meno innocente di quanto sembra a prima vista, però: penso a Sartre o a Deleuze e Guattari) può credere che il volume di Giovanni Bottiroli punti solo alla divulgazione. Non è così, anche se il libro, come se fosse appunto un testo divulgativo, tocca quasi tutte le questioni e gli autori importanti; quattro, in specie: Saussure, Bachtin, Freud, Heidegger. Il lettore può farsene un’idea scorrendo i repertori finali, in particolare l’Indice dei concetti, che di per sé suggerisce spunti e collegamenti. La coppia di termini enunciata nel sottotitolo – Fondamenti e problemi – non è infatti da intendere in senso generico, poiché per Bottiroli il «fondamento» è ciò che risiede nelle pieghe profonde del pensiero teorico e il «problema» è ciò che solo attraverso pólemos può venire alla luce.

Così, nei sei capitoli che scandiscono il libro, l’illustrazione sintetica delle altrui teorie è sorretta da una costante discussione e dal dialogo con le tesi che l’autore ha proposto in alcuni suoi saggi precedenti: Retorica, Teoria dello stile, Problemi del personaggio. Questo, insieme all’andamento storico che ripercorre lo sviluppo moderno della disciplina, distingue Che cos’è la teoria della letteratura dalle guide e dalle introduzioni di uso istituzionale. Guide che spesso contengono prove di lettura condotte di volta in volta secondo i metodi esposti. Il saggio di Bottiroli si sottrae a questo genere di adempimento, per imboccare una strada meno battuta: l’analisi delle teorie. Scelta che appare coerente con la programmatica distinzione della teoria dagli ambiti affini ma diversi della critica e dell’estetica.

Il libro è più intensivo che estensivo. La sprezzatura, ad esempio nei confronti del Postmoderno, si traduce in una sorta di ecologia dei metodi e degli argomenti che permette a Bottiroli di far emergere con nitidezza contatti e differenze, metodi e limiti delle diverse posizioni teoriche. Ecologia che, nutrendosi delle categorie di Saussure, lascia emergere una componente mai rimossa negli studi di Bottiroli, il metodo filologico-linguistico appreso a Torino da Avalle. Ma il milieu intellettuale – sul piano dell’estetica, stavolta, più che della filologia – può aver avuto un ruolo anche nell’elaborazione di una teoria refrattaria alla determinazione rigida dei significati in un’opera (ciò che l’autore ha chiamato altrove «stile separativo»).

La dinamica, la flessibilità delle relazioni tra le parti di un sistema è, del resto, il vero Leitmotiv del libro e, in generale, il primum della teoria della letteratura secondo Bottiroli. Primum da cui discende, ad esempio, la felice distinzione tra lo strutturalismo “grammaticale” (per il quale il rapporto tra gli elementi della struttura è rigido e prevedibile) e quello “trasformazionale” (più incline a cogliere la specificità del singolo testo che non a fissare delle costanti interpretative). La capacità di mettere l’accento sul modo in cui i diversi elementi interagiscono, piuttosto che sulla separazione tra le categorie, diviene anche un metro di giudizio sulla tenuta delle teorie letterarie novecentesche. Così, al ridimensionamento di Lévi-Strauss (o almeno di certe sue formulazioni) segue, in un capitolo cruciale, la rivalutazione del Bachtin meno noto.

Sottratto alla vulgata didattica che ne consacra e sclerotizza il ruolo di inventor del rovesciamento carnevalesco, Bachtin viene infatti preso in considerazione soprattutto per gli studi su Dostoevskij e per l’originale punto di vista sul personaggio in essi presente. Si affronta così, con presupposti rinnovati, una delle questioni teoriche più dibattute negli ultimi anni (last but not least, al convegno dei comparatisti italiani, tenutosi a Torino nel settembre 2006).