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Fredric Jameson - "Archaeologies of the Future. The Desire Called Utopia and Other Science Fictions"

[Verso, London 2005]

Riunendo in un volume i suoi scritti sul rapporto fra Utopia e fantascienza, Fredric Jameson ha voluto far conoscere un versante meno noto del proprio lavoro, e la sua evoluzione in oltre tre decenni. L’introduzione chiarisce la linea lungo cui Jameson si è sempre mosso: una posizione «anti-anti-Utopica» di matrice hegeliana e adorniana. Rifacendosi a un concetto che risale a Marxismo e forma (1971), secondo il quale l’idea utopica mantiene viva la possibilità di un mondo «qualitativamente distinto» dal nostro, Jameson sostiene che l’inabilità di immaginare l’Utopia non ne decreta la morte, ma raggiunge «lo scopo negativo di renderci più consapevoli del nostro imprigionamento mentale e ideologico» (p. XIII).

Di conseguenza, «le Utopie migliori sono quelle che falliscono nel modo più assoluto» (ibidem). Il sottotitolo del libro, The Desire Called Utopia and Other Science Fictions, connota la fantascienza fin dalle origini come un genere vincolato all’Utopia: l’asse portante che sorregge le due sezioni del volume è infatti la lettura della fantascienza come desiderio di immaginare l’alterità attraverso la rappresentazione di un mondo alieno. Oltre all’introduzione, e a eccezione di un capitolo dedicato a Utopia di Thomas More, archeologia cinquecentesca del futuro, la prima sezione comprende dodici saggi inediti in cui l’analisi di un imponente numero di opere fantascientifiche letterarie (Philip K. Dick, Ursula Le Guin, William Gibson, e Brian Aldiss) e cinematografiche (La Jetée, Alien e Blade Runner) si alterna con la riflessione su una miriade di temi più generali, fra cui il rapporto fra l’Utopia e la politica, la relazione fra l’Immaginazione utopica e la Fantasia utopica, la temporalità utopica.

La prima sezione inedita serve da commento ai dodici saggi compresi nella seconda parte, i quali, a eccezione di un capitolo su Dick, erano già apparsi in vari libri e riviste di fantascienza. Di importanza capitale è il saggio del 1982 Progress versus Utopia, or Can we Imagine the Future, fondato sulla teoria dell’«estraniamento cognitivo» di Darko Suvin, autore di Le metamorfosi della fantascienza, libro canonico negli studi sul genere. Secondo Suvin la fantascienza è un genere fondato sull’interazione tra estraniamento e conoscenza; la sua principale strategia formale è la costruzione di una cornice immaginaria radicalmente diversa dal presente. Ispirandosi a Suvin Jameson sostiene che la fantascienza non ci dà delle immagini del futuro, ma «defamiliarizza e ristruttura l’esperienza del nostro presente » (p. 286).

Archaeologies of the Future può essere letto da varie angolazioni: è una riflessione sulle matrici culturali dell’Utopia, che si avvale con inimitabile competenza dei più svariati approcci teorici; uno strumento indispensabile che troverà applicazioni proficue fra gli interpreti della fantascienza; un approfondimento della precedente lettura jamesoniana di alcune delle espressioni più distopiche del postmoderno, come il cybperpunk, in cui il critico individua una forte carica utopica dotata di più vitalità di «un realismo esaurito» (p. 385). Ma forse il merito più straordinario di Archaeologies of the Future sta nell’essere paradossale e al contempo coerente con se stesso in ogni pagina. Più sono irrisolvibili le domande sollevate, più sono rilevanti. Perché, come dice lo stesso Jameson, il fatto che gli interrogativi rimangano senza una risposta non è preoccupante, a patto che continuiamo a porceli.