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Daniele Vicari - "Il mio paese"

[Vivo Film, 2006]

Premio David Donatello come miglior documentario 2007, Il mio paese di Daniele Vicari ripercorre il cammino che uno dei padri del genere, Joris Ivens, intraprese nel 1959 con L’Italia non è un paese povero. Vicari riprende le mosse da quel viaggio; ma lo fa all’inverso. Servendosi del materiale del film in bianco e nero e accostandolo, per similarità o contrasto, ai colori sgargianti del presente, riparte da Gela e ripercorre il paese da sud a nord, in un viaggio trascorso in un pullman insieme ad emigranti in cerca di lavoro. Dalle spiagge della costa siciliana a Termini Imerese, simbolo di un declino industriale reso ancor più cupo dallo spettro di una nuova povertà, in ogni luogo il futuro appare incerto e va avanti a fatica, come dimostra il lavoro dei ricercatori del centro Enea di Roma, dove si studiano fonti alternative di energia senza alcuna attenzione da parte del governo.

E ancora Prato, alle prese con la complessa dinamica dell’immigrazione cinese, fino a Porto Marghera, simbolo della complessità della storia industriale italiana, come spiega Gianfranco Bettin, sociologo, che accompagna il regista al termine del viaggio attraverso i canali del Petrolchimico. L’effetto è di un vero e proprio choc: la gente continua ad emigrare, come cinquant’anni fa. Non ha più i connotati dell’antica miseria, ma non ha neanche i segni dell’agiatezza promessa; e soprattutto non ha più speranza nel futuro. Se prima il lavoro diceva di un’appartenenza sociale, oggi non è più garanzia di un’identità.

«Mi sono fatto prendere per mano da questi giganti del cinema – dichiara il regista – proprio per non perdermi in una realtà complessa che mi sovrasta ogni giorno, imparando da loro una poetica, l’unica per me possibile: l’adesione a ciò che vedo, totale, anche alle cose che non mi piacciono, come la devastazione ambientale, perché anche quelle cose sono “mie”». Ne viene fuori un’opera innovativa sul piano stilistico. Innestato su una furiosa dialettica tra passato e presente, in virtù di un montaggio serrato e contrappuntistico, lo sguardo della macchina da presa si spalanca sulla realtà, senza dimenticare il bagaglio esistenziale e soggettivo di chi guarda.

Una voce fuori campo – quella del regista – commenta i fatti in prima persona, con un proprio punto di vista sul mondo; uno sguardo immerso e straniato, che sta fuori e dentro i fatti, come quando il regista si allontana, diffidente, dai paesaggi spettrali di Gela, soffocata dalla speculazione edilizia, per scrutarli a distanza nella loro surrealtà fantasmagorica, o quando, viceversa, sta addosso ai personaggi con condivisione e tenerezza: sia esso il giovane pescatore siciliano che non vuole lasciare la sua terra perché «il mare è l’unica cosa che ho», siano essi i volti inquadrati in primo piano della famiglia lucana che si rivede quarant’anni dopo nel film di Ivens e sorride con dignità della propria miseria; fino all’incontro con il padre in Abruzzo, vero e proprio inserto autobiografico che rifonda e rinnova il genere, inquadrato da lontano in un’innevata giornata invernale, mentre va a pascolare il bestiame.

Il mio paese, appunto, il cui titolo, zavattiniano, mette in luce l’esigenza di un nuovo sguardo, che vuole riappropriarsi di ciò che gli sta attorno, senza perdere il coraggio di dire “io”. – In un paese come questo dov’è finito il futuro? –, chiedeva al regista Callisto Cosulich durante una conferenza stampa. Forse l’unico futuro possibile, in uno scenario disgregato e dispersivo come quello attuale, sta nella nuova passione conoscitiva con cui un giovane, e con lui il documentario, ripercorre le strade del passato per tornare ad ancorarsi al presente.