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Laura Pugno - "Sirene"

[Einaudi, Torino 2007]

In un futuro non troppo remoto, lo strato di ozono che protegge la terrà si sarà così assottigliato che, per evitare le radiazioni solari, gli uomini dovranno sfuggire l’aria aperta. In Giappone, allevate artificialmente sotto il controllo della yakuza, le sirene saranno usate per soddisfare appetiti sessuali e, soprattutto, per la loro carne prelibata. Samuel, che sorveglierà le vasche in cui saranno tenute e che avrà perduto la propria ragazza, Sadako, si congiungerà con una di loro, Mia: la salverà dalla macellazione e la libererà in mare; ma verrà ucciso per avere infranto le leggi: a Mia e alla figlia che partorisce subito dopo, umana per tre quarti, spetterà la vita nell’Oceano. Sirene è una distopia fantascientifica: una favola nera che proietta le angosce presenti in uno scenario futuro; e semmai c’è da riflettere sul fatto che questo genere, fortunato sino agli anni Ottanta (Matrix è stata una tarda eccezione), sia ora in secca: siamo così affannati da quel che ci sta accadendo, da aver bisogno di rimuovere quel che aspetta i nostri discendenti.

Il libro della Pugno suona perciò inatteso. Certo il disastro ecologico, l’abbrutimento, la modificazione genetica, la fine della specie umana (un’epidemia ne minaccia l’estinzione, e forse solo i boscimani si salveranno dal cancro alla pelle) sono tutti topoi; ma topoi cui viene restituita efficacia. Lo stile è asciutto; molte invenzioni narrative hanno una crudeltà allucinata (bastino le pagine sulla monta delle sirene); i materiali della cultura di massa, dai manga alla stessa fantascienza, sono usati con parsimonia e intelligenza; soprattutto, non ci viene detto o spiegato tutto. Cosa sono, infatti, le sirene? Un’immagine del femminile come fagìa e morte? La soglia fra umano e animale? Il fantasma inseguito da Samuel, che ricerca in Mia quella Sadako che, da viva, aveva fatto travestire da sirena?

Se i due vizi opposti della fantascienza sono costruire allegorie didascaliche, o abbandonarsi alla pura immaginazione, questo romanzo resiste sia all’apologo dimostrativo, sia all’evasione. Il narratore tace, e non trae una morale esplicita. Nel finale Mia, dopo aver iniziato a nutrirsi di Samuel morto e aver partorito, pronuncia, con il suo nome, la prima parola articolata: il lettore assiste a questi riti selvaggi e pazienti, senza poter attribuire loro un significato certo. Di sicuro, la sirena non si è umanizzata: nella sua mente, ridotta a una «tabula rasa», non esistono ricordi o pensieri. L’umanità è destinata a finire, e la vita rinascerà in un Oceano che non è il primordiale selvaggio, perché rimane sotto la minaccia della catastrofe ambientale causata dall’umanità.

Se Mia e la figlia sono dunque le eredi di un’umanità che si è distrutta, lo sono solo in parte: quello che in loro sopravvive della nostra specie è solo animalità brutale, immemore, sottoposta alle leggi elementari della sopravvivenza. L’ultima pagina del libro, così, resta ambivalente: promessa di continuazione della vita nonostante la catastrofe, e insieme cancellazione feroce dell’umano; sopravvivenza e apocalisse; utopia e perdita. Samuel non crede a quanti parlano «delle sirene come sola speranza del mondo»: sa che «noi siamo già morti» e «che il mondo non poteva essere salvato».

Manca nel libro qualunque mito ecologista: il pianeta è irrimediabilmente guasto; le sirene che vediamo sono ormai una specie artificiale, selezionata e cresciuta in cattività; Mia è mezzoalbina, e lo splendore della sua carne è anche malattia; l’unione fra lei e Samuel è mostruosa perché supera «la barriera della specie». Mitologia e archetipi ritornano in Sirene con la veste dell’incubo: la loro sapienza è tutta versata in favola, la loro morale lasciata tutta al lettore. Alla fine, Laura Pugno racconta un sogno spaventoso, la cui forza sta, più che in quanto può essere interpretato e ridotto con le chiavi della logica diurna, in quanto vi resiste con la sua voce perturbante, renitente a una razionalizzazione compiuta.