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Roberto Ferrucci - "Cosa cambia"

[Marsilio, Venezia 2007]

Si può fare buona letteratura utilizzando materiali d’attualità, tradizionalmente più adatti all’inchiesta che al romanzo? Tra i testi italiani che di recente sollecitano risposte a questa domanda spicca, oltre a Gomorra di Saviano, Cosa cambia di Roberto Ferrucci.Si tratta di un libro sui fatti di Genova del 2001. L’incipit è all’insegna della tensione fra un massimo di smaterializzazione (una foto riflessa sul vetro di un finestrino di un treno in movimento) e un massimo di concretezza corporea (i capelli insanguinati di un corpo femminile, sineddoche dei successivi macelli in piazza).

L’opposizione fra materialità dei corpi pestati e riproduzione digitale di immagini, voci, suoni, corre lungo tutto il libro ed è esaltata dall’accostamento di due piani temporali: i fatti rimemorati risalgono infatti a cinque anni prima e il quarantenne io narrante, che da giornalista era stato testimone diretto del G8, ritorna ora a Genova con una mappa e con documenti visivi, per ricostruire ciò che gli è accaduto in quei giorni. Ferrucci è, come ha scritto Massimo Onofri, «scrittore in movimento», che utilizza auto, vespe, treni, taxi, per raccontare gli spazi in mutazione, come accade per il territorio veneto in Andate e ritorni. Scorribande a Nordest (Amos, Venezia 2003).

Anche in Cosa cambia Ferrucci sente il bisogno di seminare ovunque schermi riflettenti, monitor e vetrate, le luci dei cellulari, delle videocamere, il blu cobalto delle volanti e, in un’ insistita ambientazione da road movie, alla Paris, Texas o alla Easy Rider esplicitamente citati, si sposta su veicoli di ogni tipo. L’insistenza sul sensorio ipertecnologico è un evidente omaggio al postmoderno. Ma il personaggio che in Cosa cambia dice “io” avverte anche il bisogno di mobilitare, oltre alla vista, altri sensi meno mentali, come l’olfatto e l’udito: mentre avverte l’odore acre del sudore e dei lacrimogeni, si sofferma sulla riproduzione virtuale dello scatto meccanico nelle macchine digitali.

Il punto di forza del libro sta insomma nella vertigine che provoca nel lettore, costretto a saggiare, nel cuore della «macelleria messicana», lo scarto enorme tra materialità e simulazione. Questa strategia del montaggio contrastivo si esercita anche lungo l’asse temporale: in Cosa cambia chi narra a un certo punto sente il bisogno di mettere in combustione i fatti di Genova del 2001 con i movimenti collettivi del ’68 che riaffiorano nella memoria col riemergere di alcune sequenze televisive, indelebili, viste da bambino: quelle della primavera di Praga, che hanno abitato per un decennio e in tutto il pianeta l’immaginario politico di milioni di giovani.

Il ’68 si specchia così, stralunato, sullo scenario liquido e blindato del G8: la stagione dei movimenti collettivi (la piazza, lo slogan, i manifesti), con la prospettiva di un’imminente Rivoluzione in Occidente, viene messa a confronto con quel che accade trent’anni dopo nel mercato globale. Cosa cambia, dunque, con i corpi massacrati e in fuga, grottescamente agghindati di cellulari e videocamere, con i suoi cavalli-poliziotto in assetto antisommossa, abbigliati in plexigas come in «un pornoshop equino» (p. 54), può divenire un interessante banco di prova per la verifica dei modi e delle forme in cui la nostra letteratura rappresenta l’anestetizzata questione del conflitto sociale.

Mentre nel marketing l’immaginario e il simbolico sono fagocitati per predisporre l’estetizzazione della vita quotidiana, la letteratura, che per sua vocazione occupa spazi interstiziali, sembra preferire la via della corporeità. Le scritture più avvertite della contemporaneità, attraverso la combinazione fra narrativa, saggio e reportage, rivalorizzano gli oggetti e la loro physis: in esse le cose ridiventano «la carne del mondo» (M. Merleau Ponty), mostrando l’importanza del sensibile nella conoscenza del mondo e quindi dei conflitti e degli oggetti che lo popolano.