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Alfonso Berardinelli - "Casi critici"

[Quodlibet, Macerata 2007]

Scrive l’autore nella prefazione: «Se il libro ha un’unità di fondo non troppo difficile da scoprire, questa unità non è stata progettata, è un’unità di fatto, a posteriori, formatasi per accumulo nel corso del tempo». La caratteristica della scrittura saggistica di Berardinelli è l’immediatezza, l’aderenza a un movimento di pensieri e di umori che deve fare a meno di un disegno precostituito e trovare in itinere la propria logica. Decisiva è l’interazione coi fatti della Storia e della cronaca: «Le circostanze per me contano molto, devo a esse la forma, la misura, il tono e il ritmo di quello che scrivo. Sono e mi considero un autore d’occasione».

Delle quattro sezioni in cui il libro è suddiviso, e che comprendono saggi scritti nell’arco di tempo di una ventina d’anni, quella centrale è la terza, Stili dell’estremismo. Un pamphlet (già pubblicato nel 2001 col sottotitolo Critica del pensiero essenziale). Berardinelli è un saggista che analizza i testi partendo sempre dalla posizione morale di chi scrive. Il vizio principale, per lui, è l’estremismo, considerato una forma di falsa coscienza che sostituisce all’analisi dei fatti il dogma e l’oltranza dello stile. Egli accosta stili di destra e di sinistra mostrandone le somiglianze per opposizione e per contrasto.

Se lo stile della destra essenzialistica desta il suo sarcasmo («come gomma da masticare, il gergo filosofico di Heidegger può essere ruminato senza fine»), è lo stile della Nuova Sinistra marxista che desta la sua preoccupazione, perché il marxismo, tradendo le proprie originarie motivazioni illuministiche e critiche, si è trasformato in «una dottrina teologica tanto inesauribile quanto inafferrabile è l’oggetto del suo discorso», e il suo linguaggio è divenuto «una forma di retorica estremistica, apocalittica e messianica che non accetta di descrivere la situazione sociale attuale [...] né di chiarire meglio il punto di vista di chi scrive». La Politica diventa «fatalità e sublimità », ed è il centro di tutto, il cuore della totalità umana e storica; i concreti fatti storici (le persecuzioni e le stragi staliniste) diventano «larve allegoriche distribuite lungo il cammino futuro di un comunismo senza contenuto, ma che si riveste di una forma ben rigida».

Il limite fatale della Nuova Sinistra italiana degli anni dal 1956 al 1980 è stato quello di ignorare gli autori indispensabili per comprendere la storia del Novecento, cioè non tanto gli eretici marxisti (da Korsch a Sartre), quanto i critici radicali del marxismo-leninismo, come Serge, Souvarine, Silone, Simone Weil, Orwell, Koestler. Fortini, a giudizio di Berardinelli il più acuto e onesto tra i saggisti della Nuova Sinistra, sostiene che la rivoluzione dovrà saziare una sete di religione che il marxismo di partito ha negato. L’intellettuale comunista dovrà impegnarsi a ricondurre ogni illusoria apparenza all’evento centrale della storia umana: «l’evento della sopraffazione, l’evento terribile nel corso del quale degli esseri umani ne mutilano, ne uccidono altri».

Osserva Berardinelli che questa «è la riflessione di un poeta lirico: di un uomo che non riesce a raccontarci una storia, ma torna a riproporci con circolare ossessività le stesse idee e le stesse figure». Ma Fortini ripropone anche, con rivendicata ed eroica intempestività (è Fortini stesso ad aver elaborato la categoria della intempestività, per spiegare se stesso) il ruolo dell’intellettuale comunista. «Il combattimento per il comunismo è il comunismo», egli scrive nel 1989. Proprio nel momento di svolta – osserva Berardinelli –, quando è ormai evidente che il comunismo, come reale organizzazione politico-sociale, sta avviandosi a non esistere più.