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Abraham B. Yehoshua - "Fuoco amico"

[Einaudi, Torino 2008]

L’ultimo romanzo di Yehoshua è la conferma non solo della maestria stilistica raggiunta da uno dei migliori romanzieri del nostro tempo, ma anche del ruolo di primo piano che va sempre più assumendo, in questi anni di crisi del postmoderno, un realismo di tipo neo-modernista. Fedele (e intelligente) continuatore del modernismo di Faulkner (virtuosisticamente citato, per esempio, nella struttura polifonica di Un divorzio tardivo), Yehoshua sperimenta con rigore matematico, in Fuoco amico, un tipo di narrazione a focalizzazione interna “alternata”, in cui cioè la prospettiva si sdoppia pariteticamente, a capitoli alterni, nella coscienza dei due maturi protagonisti: Yaari, affermato progettista di ascensori in una Tel Aviv sferzata dal vento, e sua moglie Daniela, insegnante d’inglese, partita da sola alla volta dell’Africa per incontrare il cognato Yrmiyahu, il quale, dopo aver perso il figlio soldato per fuoco amico, e dopo la morte improvvisa della moglie, ha rancorosamente reciso ogni legame con Israele.

Le due vicende scorrono parallele per tutta la durata del romanzo, e si ricongiungono solo alla fine, col ritorno in patria di Daniela. Il tempo della storia si concentra nella settimana di Hannukah, e sette sono i capitoli del libro. Ma la geometria della struttura e il rigore con cui l’autore rispetta la regola dell’alternanza del fuoco narrativo non hanno nulla delle astratte e vertiginose costruzioni narrative postmoderniste. Al contrario, ogni elemento stilistico mostra in Yehoshua una sua necessità profonda, tutto obbedisce a una idea della narrazione tutt’altro che fredda e convenzionale o ludica. Per Yehoshua, infatti, un romanzo è un oggetto trasparente e non opaco: deve raccontare storie, non l’impossibilità di raccontarle.

In Fuoco amico il lettore vede rappresentata la tragica serietà della vita quotidiana, tra i grattacieli di Tel Aviv come tra le capanne di fango della Tanzania. Lo spostamento focale è appunto un elemento del montaggio con cui Yehoshua racconta, mettendole in contrasto per meglio conoscerle, due tipi di quotidianità: quella di un Israele benestante e indaffarato indaffarato, che affida i suoi vecchi a scrupolosissimi badanti filippini, che chiama operai da paesi lontani per costruire i suoi palazzi, che rifiuta orgogliosamente l’integrazione con i palestinesi e usa la forza per sottometterli; e quello di un’Africa in cerca di riscatto, terra di un fuoco veramente amico, quello che brucia perennemente nelle capanne di fango del villaggio presso il quale ha sede la spedizione di paleontologi africani in cerca delle origini dell’uomo (simbolo fin troppo esplicito di una possibilità di riscatto negata all’uomo occidentale).

La debolezza del finale non nuoce alla bellezza complessiva del libro. Il momento di Spannung (anche in questo caso doppio) arriva qualche pagina prima, al termine della sequenza narrativa in cui Yaari risale con l’androgina Rorale il vano dell’ascensore di un palazzo dove risuonano i gemiti del vento (ruach, la stessa parola con cui l’ebraico chiama lo “spirito”), e nell’altra scena speculare in cui Daniela offre il suo corpo nudo al cognato, durante l’ultima notte al campo. Yehoshua sa come costruire il racconto; sa alimentare l’attesa del lettore, sa come assecondarne le aspettative e come sorprenderlo, senza però mai cadere nell’ovvio e nel banale. E sa, soprattutto, come usare la potente arma della narrazione per rappresentare il mondo in cui viviamo.