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Alan Pauls - "Il passato"

[Feltrinelli, Milano 2007]

Sceneggiatore, saggista, drammaturgo, reporter, Alan Pauls (1959) appartiene, insieme a Roberto Bolaño, Macedonio Fernandez, Manuel Puig e Ricardo Piglia, alla tradizione della cosiddetta Nueva Literatura Hispanoamericana, tutta giocata intorno all’assunto cervantesco, secondo cui bisognerebbe «riuscire ad immaginare il passato, per poter infine ricordare il futuro». Di respiro dichiaratamente autobiografico, la sua ultima fatica narrativa sembra confermare quanto i critici avevano osservato a proposito dei romanzi precedenti: la riflessione sofferta e contraddittoria sul tema della fedeltà è una sorta di cifra ricorrente dell’intera produzione di quest’autore.

Che si tratti di fedeltà a una donna, a una storia, alla Storia, la questione resta sempre fino a che punto si possa fare delle parole, oltre a quello che siamo soliti identificare come una sorta di luogo privilegiato della memoria, lo strumento più adeguato per dare atto della realtà che ci circonda, assediata com’è da correnti semantiche di segno opposto. Sul piano formale, una tale avversione per qualsiasi registrazione telegrafica dei fatti, che non tenga conto delle innumerevoli possibilità attraverso cui ogni avvenimento può essere raccontato, si traduce in un’attenzione quasi maniacale per le variazioni di registro e nell’impiego, talvolta eccessivo, delle proposizioni subordinate.

Lungi dall’appesantire la lettura, queste ultime contribuiscono a creare un’atmosfera, peraltro piacevole, di attesa, che pur non interferendo con le suture della prosa classica, pare tuttavia incidere considerevolmente sull’andamento discorsivo principale. È quanto si osserva, ad esempio, negli interventi di carattere teorico, dove non di rado le parentesi e gli incisi occupano uno spazio più importante di quella che credevamo essere, fino a qualche pagina prima, la questione-cardine dell’intero saggio; o nei ben più numerosi articoli di giornale, i cui argomenti, a ben guardare sviluppati in meno di un paragrafo, altro non sono che pretesti, a partire dai quali suggerire un’infinità di digressioni possibili; e perché no, nei film e nelle opere di finzione, che pur ammettendo, per statuto, una maggiore libertà espressiva, dispongono di un apparato diegetico complesso e senza dubbio soggetto a molte più convenzioni di quante Pauls sembri voler ricordare.

Prova ne è Il passato. A metà fra il dramma barocco e la detective story, la vicenda prende le mosse dalla rocambolesca fuga amorosa di due adolescenti e si trasforma in fretta in un irriverente trattato di educazione sentimentale, il cui messaggio, espresso a chiare lettere, suona: «quando le passioni vengono risucchiate nel buco nero della posterità, non restano vinti, né vincitori. Soltanto superstiti ». Ed è a questo che assomigliano Rímini e Sofía, a dei superstiti, le cui vite corrono parallele dagli anni Settanta ad oggi, sullo sfondo di un’Argentina che cambia, ma della quale non si coglie altro che un’eco lontana. Se si tratti della catastrofe, o più semplicemente di un fuoco d’artificio, non si capisce bene neppure alla fine, quando i giovani protagonisti sprofondano esausti, probabilmente per l’ultima volta, «nel paradiso fresco delle lenzuola».

Ma, diversamente dal solito, è forse proprio da lì che bisogna ricominciare a leggere, perché in fondo, se c’è una cosa che Pauls non smette mai di ripetere è che «così come ogni avvenimento accade sempre due volte, la prima volta come avvenimento, fatto, impronta, e la seconda come percezione e registrazione, anche ogni processo si conclude sempre due volte, e niente che abbia avuto un solo punto fermo, per quanto drastico e inappellabile, può considerarsi realmente concluso».