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Luigi Di Ruscio - "L'allucinazione"

[Cattedrale, Ancona 2007]

Quando esce un libro di Luigi Di Ruscio ti affascina e può graffiarti le mani, apre orizzonti sconosciuti di conoscenza e di poesia e squassa il paesaggio. Anche L’allucinazione non smentisce la regola. Una voce ardita e dissacratoria, che trasforma «lo strazio in opera buffa», ci chiama da un palcoscenico montato sulla strada: «Quindi da una parte il comico con l’irrisione per i valori dominanti e dall’altra parte l’angoscia di non avere più committenti, essere tagliati fuori e oltre tutto c’è la probabilità che la prossima settimana assisteremo alla nostra distruzione ».

Gli argomenti possono essere politici: il contesto italiano nell’età di Berlusconi (ribattezzato Perculoni), amaramente confrontato con i ministri norvegesi che vanno al lavoro in bicicletta. Gli spunti vengono catturati dalle cronache dei giornali e dalla tv satellitare: dalle «montagne della monnezza» alla zanzara tigre, dal terrorismo agli stupri… Di Ruscio ne insegue la disperata follia, fino a generare vere e proprie allucinazioni, cioè racconti vertiginosi montati con gli stessi fatti reali, in modo da scatenare effetti espressionistici, finché diventiamo tutti ridicoli (autore compreso) e degni di pietà: «Tutto è vero e falso nello stesso tempo, giusta è sola la pietà verso tutte le cose». L’autore di queste prose ci fa sentire, nel «comico sbaraglio», il sapore del male, l’odore di zolfo: «Il diavolo è nordico però passa le ferie in Italia». Ma attenzione a trarne conseguenze drammatiche sul suo travaglio spirituale.

Come Foscolo adoperava le figure del paganesimo senza essere pagano – ci spiega lucidamente Di Ruscio – così lui non diventa un credente solo perché adopera le figure del cattolicesimo. Infatti si dichiara ateo, benché si scopra a parlare sempre di Iddio, con l’impressione di avere gli angeli della provvidenza dietro le spalle. Come è possibile? «Io non credo in Dio, è lui che si è intestardito a credere nel sottoscritto». E per quale ragione? «Questo posso dirvi, Cristo disse di amare anche i nemici, io sono un nemico d’Iddio, e quindi sono da Dio molto amato e non ho bisogno di niente e di nessuno». Fino ad avvalersi della profondità dei bambini: «Iddio è geloso, vuole che noi giochiamo sempre con lui invece a noi umani ci piace moltissimo giocare tra noi».

La lingua è ricca di trovate ludiche («gattolici», «scardinalati », «blasferiche»), in una nitida luce medioevale, con parole corpose che rimandano a Jacopone, dialettismi («sprocedata»), latinismi che affiorano dall’antico fermano della sua infanzia. Una lingua ragionata nella jonglerie e nella critica mordace, che ti interpella e ti urta, e ordina con talento musicale i contrari più sfrontati. Il Luigi protagonista de L’allucinazione è cattivo con innocenza, disperato con allegria, violento e indifeso, blasfemo e tenero verso le creature. Nell’ombra della morte fin dalla nascita e spavaldo come non temesse niente.

Per tutto il libro, nella rottura carnevalesca di tutti i patti e i contratti, c’è un segreto ordine morale, qualcosa di firmum, di solido, di molto serio. Fra tanti personaggi convocati sulla scena, da Giordano Bruno a Paul Egede-Nissen, il medico norvegese che ha partecipato alla spedizione dei Mille, da una suor Verginea a Benedetto Croce, tra amici e antagonisti delle lettere di oggi, attraversa le pagine la moglie Mary, che l’ha scelto contro la volontà dei parenti, gli ha dato quattro figli, non ha mai letto i suoi dieci libri italici e gli ha insegnato una verità elementare: «Marito mio non disperarti, noi siamo vivi e tanti neppure riescono a nascere».