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Paolo Giordano - "La solitudine dei numeri primi" / Sam Savage - "Firmino"

[Mondadori, Milano 2008]  [Einaudi, Torino 2008]

Nella «società liquido-moderna» (secondo la terminologia di Bauman), in cui cruciale è il tema dell’identità e dell’appartenenza, la solitudine è divenuta un fenomeno di massa. Due autori esordienti – Paolo Giordano, fisico teorico di 26 anni, dilettante della scrittura, “giovane promessa della narrativa italiana”, e Sam Savage, ex professore di filosofia di 68 anni, un vecchio che ha scritto “il libro della sua vita” – propongono questo tema in due storie, entrambe allegoriche. Savage descrive con uno sguardo tutto volto al passato un mondo perduto, un quartiere della colta Boston degli anni Sessanta, sventrato dalle ruspe della ristrutturazione urbana.

La voce narrante è quella di un animale, un ratto il cui nome ispanico dà il titolo all’opera: un “topo di biblioteca”, scarsamente nutrito dal latte ad alto contenuto alcolico della madre ubriacona per il quale deve competere con una nidiata di affamati fratelli, di cui è il tredicesimo, mentre i capezzoli disponibili sono dodici. Firmino cresce da solo, rosicchiando libri, derivandone una prodigiosa capacità di lettura, che ne fa un esiliato dai propri simili, sedotto e spesso fregato dagli umani. Firmino sa leggere, ma non può né parlare né scrivere; e vive questa solitudine afasica guardando il mondo degli umani attraverso i libri che divora, prima letteralmente, mangiandoli, e poi metaforicamente, leggendoli, e i film che guarda sgraffignando il cibo.

Al lettore viene spiegato il suo sviluppo cerebrale sproporzionato, ma rimane un enigma (con una soluzione solo accennata) come il libro possa pervenire scritto fino a noi. La nostra cultura ci viene riproposta attraverso citazioni di moltissimi testi letterari (e non solo) e alla fine l’inganno è risolto nell’ultima scorpacciata di carta stampata, forse con una fiducia eccessiva nel riscatto della letteratura. Giordano propone la sua allegoria, quella dei numeri primi gemelli, sempre vicini ma sempre divisi da un numero pari, narrando la storia di due casi “patologici”, segnati da traumatici episodi infantili: Alice, zoppa e anoressica; Mattia, autolesionista e prodigio matematico. I due provano ad amarsi ma rimangono divisi, incapaci di comunicare, benché si comprendano profondamente.

Nonostante numerose agnizioni e colpi di scena, il non detto prevale sul dichiarato; il trauma passato, per quanto ossessivamente cicatrizzato nelle mani di Mattia e nella cicatrice forse iliaca della gamba “cattiva” di Alice, non giunge mai a una soluzione. Nella scarsità di speranze dei due romanzi, il vecchio apre al futuro, attraverso i sogni di Firmino, il giovane rimane prigioniero del presente. La differenza sostanziale sta nella scelta narrativa: Savage ripropone l’uso della citazione postmoderna, portandola a un’estremizzazione ironica che con le sue citazioni “probabilmente inventate” mette in difficoltà la stessa traduttrice, affollando la scena di autori presenti, passati e futuribili; Giordano con il suo controllo del linguaggio non realizza l’intento dichiarato di sperimentare forme linguistiche diverse, adatte alle varie tranches di vita narrate.

La voce dell’autore (solo, anche lui) si impone su tutto, dialoghi compresi. Lo stesso tema, la solitudine di massa degli umani, condannati a soffocare nel proprio individualismo di consumatori, sia che vivano “sgraffignando” ai margini del sistema come topi, sia negando il consumo come l’anoressica o il matematico chiuso in una razionalità cristallina e comunque lesionata, ha nei due romanzi una diversa soluzione: Firmino rinnova la propria speranza “nutrizionale” un po’ rétro sulla carta stampata e nel mondo relazionale connesso; Alice e Mattia riescono a baciarsi senza toccarsi, escono dalla storia confermandosi quali individui autonomi ma soli: alla fine Alice si alza, ma da sola, senza l’aiuto di nessuno.