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Andrea Malaguti - "La svolta di Enea"

[il nuovo Melangolo, Genova 2008]

La svolta di Enea ripercorre l’evoluzione culturale e poetica di Giorgio Caproni dalla tensione metaforica degli esordi alla raccolta vallecchiana Il passaggio di Enea (1956). Con perizia di storico Andrea Malaguti ricostruisce il contesto culturale della Genova di inizio Novecento e analizza con chiarezza alcuni testi poetici chiave del primo Caproni. Il risultato è un libro compatto che colloca Caproni accanto ai maestri del modernismo Thomas S. Eliot ed Ezra Pound. La ricchezza di riferimenti critici e filosofici è sempre funzionale ad una puntuale explication de texte che serve a Malaguti per guardare in prospettiva le opere di Caproni. Se in Come un’allegoria le immagini della poesia si muovono all’interno di una dimensione “altra” e inquietante, in Ballo a Fontanigorda ad un aumento di realismo si affianca il ritorno ossessivo di immagini d’assenza.

La realtà immediata convive con l’assurdo fino agli anni del Passaggio di Enea, opera in cui confluiscono i componimenti poetici precedenti. Malaguti dimostra come l’operazione caproniana non si basi esclusivamente su un recupero filologico: è piuttosto una rivalutazione della visione del mondo e del sé, che Caproni ci offre non senza ripensamenti e contraddizioni. Nel Passaggio di Enea il poeta inaugura una stagione di negazione dell’ego che ha origine dalla problematicità della società contemporanea. La consapevolezza di negatività è, però, una presa di coscienza del soggetto e della propria autenticità: è da questo punto che si diparte la lirica del Caproni maturo che lo porterà ai componimenti del Seme del piangere e di Res Amissa. La figura di Enea è la chiave di volta di questa evoluzione.

Malaguti ne fa l’emblema di un personaggio mitico calato nella quotidianità di Genova, tra le macerie di Piazza Bandiera in cui si trova il trittico scultoreo di Giovanni Baratta da cui il poeta ha tratto ispirazione. «Ecco quindi che Enea – che si rapporta all’io lirico, ma è altro – diventa un’interfaccia speculare di identificazione tra l’autore storico (trentasettenne e padre di famiglia) e la rilettura di un mito classico ricondotto alle circostanze immediate e materiali della vita comune» (pp. 207-208). Enea non è solo il fondatore di un impero, ma è anche l’uomo del presente. In questa prospettiva doppia la parola poetica esercita una funzione civile: essa è lo strumento che permette al poeta di preservare la storia dai tentativi ufficiali di renderla conforme al regime ideologico, restituendola alla tragica concretezza del vissuto.

Il ruolo di privilegiato consapevole non può comunque preservare Caproni da una progressiva marginalizzazione nella realtà borghese: egli, dice Malaguti, entra nella schiera degli oppressi, degli individui ai margini della società. In questa chiave di lettura La svolta di Enea è un libro militante. Malaguti, ripercorrendo le fasi poetiche di Caproni, si ritaglia uno spazio in cui emerge continuamente il disagio di uno studioso di italianistica che si interroga sul proprio mandato e sul valore attuale della letteratura. «Solo la letteratura, tra tutte le arti, può rinsaldare quel rapporto tra tutti i soggetti sociali che garantisca vera libertà a tutti loro e non solo a poche coscienze isolate» (p. 316). Le ultime pagine, offrendo uno sguardo diretto sul metodo di indagine, rendono esplicito come l’autore senta su di sé il peso della libertà di scelta rispetto ai valori del testo.

La svolta di Enea esprime una preoccupazione tremendamente attuale: in un mondo in cui il destino di un critico letterario è orientato verso una sempre più desolante marginalità, l’unica risposta possibile sembra essere un’attività intellettuale seria che cerchi un senso non solo individuale ma collettivo. È solo la poesia, dice Malaguti, che trasforma un monumento in mezzo alle macerie in un’allegoria del presente che deve farsi carico del passato e preparare la via per il futuro: «In vista di un mondo più giusto in cui sperare, di un futuro da costruire a partire dalle macerie, è nei sogni che cominciano le responsabilità» (p. 317).