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Luca Lenzini - "Stile tardo. Poeti del Novecento italiano"

[Quadlibet, Macerata 2008]

Lo «stile tardo» di cui parla Lenzini è, naturalmente, quello di un nutrito numero di poeti del Novecento italiano giunti in età avanzata. Ed è uno stile che allude anche ai processi che producono un nuovo spirito e che richiamano l’idea della fine e della finitezza. Lenzini ha una tesi: i “vecchi” poeti (quelli italiani del Novecento che qui si considerano, ovviamente; ma forse non solo questi) non sono stanche ripetizioni degli stessi da giovani; né sono esempi di saggezza consolidata. Al contrario, in essi la vecchiaia diventa regno di libertà inventiva e di essenzialità, e spesso rovescia o almeno contraddice l’immagine che se n’è costruita durante la loro carriera, fors’anche con la loro complicità.

Si parte da Nietzsche (il vegliardo è immobile, e, nella sua autorevolezza, tende a fermare il movimento del pensiero) per negarne l’assunto: il vecchio poeta, consapevole che la sua è arte della fine, addita anche imprevedibili istanze di rinnovamento e di fuoriuscita dai termini convenzionali della rappresentazione, trasformando l’essenzialità della ricerca, lo sguardo disincantato se si vuole, in libertà di forme e temi, in anticipati donativi per generazioni a venire: «Le allegorie della fine […] parlano anche di ben altro. Di catastrofi, ma anche di rivelazioni» (p. 26). I riferimenti culturali (letterari, ma anche antropologici) su cui la ricerca è fondata (fra i tanti: Adorno, Blumenberg, l’ultimo Said – autore di un Sullo stile tardo appena apparso in traduzione italiana; e poi Eliot e Mann, Cézanne, Morandi e Goya) sono saggiamente concentrati per lo più nell’introduzione.

In tal modo i saggi possono scorrere liberamente, senza l’ossessione accademica della dimostrazione, del supporto citazionale, della messa a punto, ma seguendo, in apparenza, semplicemente i testi. Ma questa leggerezza, questo apparente movimento soggettivo, è in realtà frutto, oltre che di una intuizione critica, di una tesi e di una articolata riflessione. Ars longa, vita brevis: il detto di Ippocrate segnala i limiti (le «forbici») della condizione dell’artista nell’età senile (talvolta estrema), che può, dall’accumulo di saggezza, far scaturire i segni del discontinuo, del precario, dell’incoerente, talvolta dello sberleffo. Ed è su queste posizioni che si attestano i poeti seguiti da Lenzini. Si tratta, nell’ordine, di Ungaretti, Saba, Montale, Betocchi, Moretti, Palazzeschi e Valeri, Bassani, Parronchi e Cattafi, Caproni e Fortini.

La presenza di alcuni corrisponde alle aspettative del lettore; diverso il caso di autori che diremmo extracanonici, di qualche dimenticato o rimosso o ancora di chi ha fama piuttosto come prosatore che come poeta. Interessante l’assenza di un criterio distintivo fra “maggiori” e “minori”, distinzione che del resto sono gli stessi poeti, per lo più, a rifiutare. Certo, una trattazione del Montale da vecchio era nelle cose; lo stesso dicasi di Caproni, a un capo opposto (anzi l’opposizione Montale-Caproni è ormai canonica); più originale la “riscoperta” di Betocchi o Moretti o Valeri. Ma l’originalità dell’impianto e una trattazione individualizzata per ciascun poeta (con criteri e sottolineature specifiche per il percorso che li riguarda) sono forse uno degli aspetti più interessanti del saggio di Lenzini, un saggio organico, intendiamo, non una semplice somma di sondaggi e studi.

Ciascuna pagina critica resta infatti legata al criterio e alle questioni che l’introduzione propone. Piace segnalare, fra le altre, le pagine dedicate a Caproni (si tratta di uno dei saggi più lunghi e articolati), e quelle riservate a Betocchi. I due poeti mostrano un percorso fatto di divergenze e convergenze che si ripercuote, à rebours, lungo l’intero arco della loro attività. Per finire: Lenzini intitola il suo saggio allo stile della vecchiaia. Ma, inevitabilmente, lo stile trascina con sé anche il medesimo tema, si tratti di Ungaretti o di Saba, di Moretti o di Fortini. Forma e temi, come sempre, si rincorrono e si ricongiungono.