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Roberto Roversi - "Tre poesie e alcune prose. Testi 1959-2004"

[a cura di Marco Giovenale, Luca Sossella Editore, Roma 2008]

Tre poesie e alcune prose raccoglie quanto di più interessante Roberto Roversi ha prodotto in cinquant’anni di scrittura. Il volume dà spazio, tra l’altro, ad alcuni interventi in prosa e a una sezione di testi critici e interviste. Marco Giovenale nell’introduzione sa cogliere (in senso storiografico e storicistico) il nesso tra esperienza umana e artistica di Roversi, delineandone un profilo intellettuale di notevole profondità. Fabio Moliterni, già autore di una monografia su Roversi, firma la nota conclusiva al testo.

Con la premessa che non si possa discutere della scrittura di Roversi senza considerare la motivazione etica che ne animò dal dopoguerra in poi la produzione, le scelte presenti in Tre poesie e alcune prose sono molto interessanti. Materiale ferroso, sezione che chiude il libro, ad esempio, è contenitore originale e distopico – distopico perché lo si sarebbe voluto in edizione a sé stante, per darvi maggiore risalto – di riflessioni e interpretazioni aperte verso l’assestarsi (all’interno della critica marxista) di una dialettica personalissima. Una lettura non ideologica delle posizioni di Roversi ne consente la comprensione al di là dei clichés di una consuetudinaria vocazione alla sociologia letteraria.

Il principale merito dell’antologia è quello di mettere in luce la singolarità e la ricchezza dell’esperienza intellettuale di Roversi, anche sul piano stilistico e prettamente letterario. Così, in un’opera come Le descrizioni in atto (con tutta probabilità il suo miglior lavoro poetico), il dogma dell’autenticità si riassume nell’oltranza dello stile e nell’antagonismo che lega la rappresentazione sociale al dato dell’io, e non tanto come pratica dell’assurdo, ma come via del realismo allegorico del senso. Dunque, senza escludere i meriti e la rilevanza dell’esperienza poetica né di quella narrativa (da Registrazione di eventi: 1964 a I diecimila cavalli: 1976), negli andazzi di un mondo culturale che, in quegli anni, si pèrita di sostenerne il valore, l’attività letteraria di Roversi si sottolinea per la sua vocazione alla lucidità e al contrasto: i suoi interventi sono stati scavo, incisione nella realtà, graffio, segno di un’estensione che realizza i discorsi nei fatti, le parole nelle cose.

Si leggano, al caso, Il linguaggio della destra («Officina», maggio-giugno 1959), oppure Avanguardia e Avanguardismo («Quaderni Piacentini », marzo-aprile 1964). Rispetto a un’editoria che iniziava a fagocitare l’opera d’arte divenuta prodotto di consumo, nel contesto di un’Italia ricostruita dal boom economico e nel suo complicato scenario sociale, il bolognese contribuì al dibattito con la serietà di un’etica del fare mai disposta a piegarsi rispetto a facili opportunismi, fedele e più che mai aderente alla Weltanschauung ereditata dalla Resistenza e dagli orrori della guerra.

Va ricordata infine la scelta di non pubblicare più con i grandi editori dalla fine degli anni Sessanta in poi, ma solo attraverso il ciclostile (fogli distribuiti liberamente e fuori commercio), o la paternità di una rivista autonoma all’interno della critica marxista come «Rendiconti»; la tenacia insita nell’idea di scrivere un colossale poema, L’Italia sepolta sotto la neve, in parte realizzato e tuttora in fieri. Il Roversi airetikòs, che sarà facile definire in quanto artefice delle proprie scelte, possiede questo tratto distintivo e inequivocabile. Tre poesie e alcune prose è testimonianza e corollario di quelle tensioni dello stile e del pensiero che, contro ogni interesse particolare e senza appellarsi ad alcuna diplomazia, ne raccontano il cammino autarchico.