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Walter Siti - "Il canto del diavolo"

[Rizzoli, Milano 2009]

Nell’esotismo e nell’archeologia di Salammbô, Flaubert aveva cercato un rimedio al disgusto per il presente causatogli da Madame Bovary; eppure, aveva finito per costruire un’allegoria della contemporaneità. Allo stesso modo, con il viaggio negli Emirati Arabi raccontato dal Canto del diavolo Siti insegue l’altro e il lontano, e ritrova «una risibile parodia accelerata dell’Occidente». «Se volevo disintossicarmi, non è stata una buona idea venire qui», conclude: «Questo Paese è intagliato nella stessa materia delle mie ossessioni, ha puntato sugli stessi miei numeri ». Il riconoscimento del sempre identico non si compie pacificamente.

Siti è un viaggiatore controvoglia, che «a forza di presunzione e pudore» trasforma il suo in un «non-viaggio». Dunque, una conferma alla diagnosi di inesperienza coatta pronunciata da Troppi paradisi? Certo, Siti non sa né vuole abbandonare sé e l’oggetto della sua idolatria amorosa, e in questo senso il Canto è una prosecuzione della trilogia aperta da Scuola di nudo; ma l’atteggiamento di curiosità antropologica, e persino di aperta disposizione all’incontro, è quello del Contagio (anche se, qui, non c’è più bisogno della guida dell’uomo amato che, anzi, è più un ostacolo che un incentivo alla conoscenza).

Per lui, il vero esotismo è quello non dell’alterità culturale, che Dubai cerca di cancellare in una smania di omologazione all’Occidente, ma la scoperta degli altri nella loro individualità: il viaggio è perciò comunque un’acquisizione di conoscenza e produce storie (magari finto-naïf, come quella dei due fidanzati di cui il narratore si fa pronubo, o frustranti, come quella delle studentesse universitarie ignare del loro passato culturale e che amano, dell’arte italiana, Michelangelo e Roberto Cavalli). Così, la diagnosi oscilla tra la denuncia di una distanza incommensurabile («Nessun nome qui, e nessuna sostanza, ha lo stesso significato che ha per noi») e la constatazione di una paradossale sovrapponibilità.

Anche se alla fine prevale la delusione, anche se questo Oriente ha disconosciuto se stesso per consegnarsi al consumismo e alle merci, in un repentino trapasso dal Medioevo al postmoderno, anche se il viaggio appare come una parentesi nell’ossessione amorosa di Walter, comunque Siti deve rinunciare a uno dei suoi miti e riconoscere che «l’irrealtà non vincerà: i soldi saranno la malattia e la cura». Sembra un gioco d’astuzia: basta fare un giro su Google per sapere da subito che Dubai è un altrove anche troppo mimetico del qui, e non riserverà al visitatore gli choc dell’India o dell’Africa centrale. Siti si è cercato uno specchio deformante.

E infatti, anche questo reportage, per quanto adotti gli schemi del genere con tanto di ricostruizioni enciclopedico-giornalistiche, va letto in continuità con l’autofiction o la fiction che Siti ha prodotto sinora: l’io del Canto del diavolo è indistinguibile dal Walter della trilogia e dal professore del Contagio; Massimo, da Marcello, e dunque dal culturista fotografato nella Magnifica merce. L’effetto è duplice. Da un lato, il Canto fa da chiave per i libri precedenti, rivelando che Siti non inventa nulla o, meglio, innesta le sue invenzioni su una solida base di realtà esperita. Dall’altro, la completa assenza di una retorica della sincerità o della fedeltà al vero lascia supporre che anche il reportage sia fiction, e che Siti sia sempre un’invenzione di se stesso.

Forse è la mossa più spiazzante che si potesse fare in tanta richiesta di true stories (ma sarebbe meglio dire: real stories): perché questa è senz’altro una storia vera, e la sua verità riverbera sulla pseudoautobiografia della trilogia e sul romanzo del Contagio. Alla fine di Troppi paradisi, Siti scriveva: «se avrò qualcosa da raccontare, non sarà su di me». La promessa non può essere mantenuta: gli altri esistono solo sotto lo sguardo tirannico e ineludibile del sé, e ne sono funzioni.