Informativa sull'utilizzo dei cookie

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Accetto

Pietro Marcello - "La bocca del lupo"

[Italia 2009]

«E voi sarete allattati, sarete portati in braccio, carezzati sulle ginocchia» (Isaia 66:12), recita la cantata secentesca Ad genua che fa da sfondo a La bocca del lupo: Genua è al contempo il nome antico della città di Genova e la parola latina per ginocchia, le ginocchia di Cristo sulla croce, corpo sofferente cui l’oratorio luterano di Buxtehude rende omaggio in tutte le sue parti, dai piedi al costato. L’ambiguità del sottofondo musicale, quasi pasoliniano, col suo ripetersi modulare, è parte di un’ambiguità sostanziale e feconda del pluripremiato film-documentario di Pietro Marcello. La bocca del lupo – titolo di un romanzo verista di Remigio Zena del 1892 – è insieme un omaggio a Genova, corpo che respira e soffre, e alle vite nascoste fra i suoi tessuti, cui guardare nella loro nuda umanità, senza nulla concedere alla retorica del riscatto, sia esso religioso o sociale. Sono le vite di Enzo e Mary, persone reali col nome di Vincenzo Motta e Mary Monaco, e al contempo personaggi, attori e narratori di sé, che hanno accettato di affidarsi allo sguardo straordinariamente sensibile del giovane regista casertano.

Enzo è arrivato bambino dalla campagna siciliana. Cacciato da scuola, nei vicoli di Genova va trasportando pistole a sua insaputa, mandato dal padre; e da una pistola, adulto, spara i colpi che lo chiudono in carcere per ventisette anni. Il suo corpo forte, tanto muscoloso nelle braccia quanto accigliato nel volto scuro, sembra avere determinato, per incontenibilità, la sua segregazione ai margini: troppo corpo, troppo istinto, per far parte della società dei civili. Mary ha labbra grandi, troppo sode sotto le guance che cadono per l’età, mani curate dalla lima e capelli corvini che incorniciano il viso con la piega perfetta di una parrucca: una femminilità faticosamente costruita negli anni, a costo di chirurgia plastica e sradicamenti dai luoghi e dai legami originari.

Ragazzo istruito e di buona famiglia, per poter arrivare a se stessa ha lasciato la Roma borghese ed è approdata dalle parti di via del Campo, a un’altra marginalità. Il loro incontro avviene in carcere, dove si è spogliati non solo della libertà ma di ogni appartenenza a luoghi, oggetti, abitudini. Questo legame, fra un uomo di straordinaria virilità e un uomo di straordinaria femminilità, raccontato da Pietro Marcello diventa la sacra rappresentazione dell’Amore assoluto, indifferente all’anatomia, capace di ribaltare le trame di due vite contrassegnate, all’occhio della società, da degrado e abiezione. «Perché qualcosa di esse giungesse fino a noi è stato necessario che un fascio di luce le illuminasse anche solo per un istante. Una luce che viene da un altro luogo.

Quel che le strappa alla notte in cui avrebbero potuto, e forse dovuto rimanere, è l’essersi scontrate col potere», scrive Michel Foucault in La vita degli uomini infami, a proposito del sistema giudiziario, crudelmente fecondo di discorsi e capace, con le sue fonti protocollari, di restituire racconti di vite altrimenti condannate all’oblìo dei secoli. A provocare l’incontro tra Enzo e Mary è l’istituzione, ma a raccontarlo sono le loro vive voci, incise per anni su un nastro e scambiate fuori e dentro il carcere, e ora libere di fronte alla macchina da presa, che riprende e non giudica.

Mentre i due raccontano, un sapiente recupero di filmati d’archivio, per lo più familiari, fa irrompere nella narrazione i ricordi del sole seppiato di un’estate negli anni Venti, in cui si rincorrono ragazzine che giocano a mosca cieca; di corpi che si tuffano nel mare stagliandosi contro un cielo perfetto, di pescatori che riavvolgono le reti, del tiro alla fune che atterra, uno dopo l’altro, bambini e adulti degli anni Cinquanta. Intanto, l’Ilva di Cornigliano innalza, nel frastuono incandescente, i suoi cantieri, e li abbatte in nuvole di polvere. Cose viste, nella loro irripetibile contingenza, da persone di cui non si conosce più il nome. «Questo è stato, una volta, in una città», chiudono i versi di Franco Fortini. Sono i ricordi di altri, le storie di uomini e donne, che diventano la Storia degli uomini e delle donne.