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"La prospettiva antropologica nel pensiero e nella poesia di Giacomo Leopardi"

[Atti del XII Convegno internazionale di studi leopardiani (Recanati, 23-26 settembre 2008), a cura di C. Gaiardoni, Olschki, Firenze 2010]

L’interesse di Leopardi per le culture extraeuropee è precoce. A vent’anni legge la Storia della California di Francisco Xavier Clavijero e si lascia sedurre dal mito dei Californi. Di loro si ricorderà scrivendo nel 1821 l’Inno ai Patriarchi, dove gli indios rappresentano la felicità incosciente e incarnano l’umanità incorrotta, rimasta allo stato di natura: i tratti del buon selvaggio si confondono con quelli dell’uomo omerico, i Californi sono fossili viventi nel Moderno. Ma nei due anni successivi questa visione idealizzante e rosseauiana si dissolverà, man mano che le sue conoscenze dei popoli extraeuropei si faranno più dettagliate.

La lettura della Crónica del Perù (1554) del conquistador Pedro de Cieza de Leon gli apre gli occhi e gli rivela, per esempio, la pratica dell’antropofagia, di cui Leopardi si ricorderà scrivendo La scommessa di Prometeo. Una volta crollato il mito del buon selvaggio, egli può finalmente guardare con l’ottica dell’antropologo ante litteram alle differenze culturali tra “selvaggi” e uomini civilizzati, stabilendo analogie e differenze, con cortocircuiti a volte sorprendenti, come quando Cieza de Leon lo porta a riflettere (lo documentano alcuni appunti dello Zibaldone del 1823) sul significato sociale della sepoltura. In cosa consiste dunque la “prospettiva antropologica” di Leopardi?

Leggendo i saggi contenuti nel volume si può constatare almeno questo: Leopardi oscilla sempre tra un atteggiamento di tipo evolutivo, che vede nel primitivo uno stadio della storia umana “superato” (ma non sempre e non necessariamente in positivo) dalla civiltà attuale, e un atteggiamento relativistico per cui le differenze di cultura tra i diversi popoli sono valutate senza pregiudizi. Gli indios possono così diventare gli equivalenti dei Greci di due millenni fa e rappresentare uno stadio dell’evoluzione (o involuzione) sociale per noi superato, ma si lasciano anche comprendere nella loro specificità culturale, nella loro differenza e alterità. Così come, per Leopardi, non esiste un bello assoluto e universale, ma diversi canoni storici di bellezza, allo stesso modo è la differenziazione dei popoli e delle culture a formare idealmente l’unità e l’identità del genere umano.

Anche nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia si avverte una profonda matrice antropologica, sulla quale insiste utilmente Lonardi nel suo saggio. Ispirato, come si sa, al resoconto del «Journal des Savans» della relazione di viaggio del barone Meyendorff sui nomadi delle steppe kirghise, trae spunto in particolare dalla notizia che quei pastori improvvisavano canti tristissimi su melodie altrettanto tristi rivolgendosi alla luna (ma Lonardi aggiunge qualche osservazione in più, sfuggita ai suoi predecessori). Forse proprio il Canto notturno può essere scelto come paradigma della prospettiva antropologica leopardiana: c’è infatti qui il confronto con l’altro (cui è concesso il privilegio della voce, come a Saffo nel canto a lei intitolato), la suggestione del diverso e dell’altrove, ma c’è anche l’intestardirsi a cercare l’essenza del concetto di “umanità”, che Leopardi individua nell’infelicità che accomuna ogni uomo che vive su questa terra.

La prospettiva antropologica di Leopardi è dunque un tema sfaccettato e complesso, come mostrano i numerosi contributi di questo volume. Anche le metodologie sono diverse: c’è il close reading dei testi, la ricostruzione dettagliata delle letture antropologiche di Leopardi (Balzano, già autore di un libro su «Leopardi e il Nuovo Mondo» uscito da Marsilio nel 2008), la riflessione antropologica (Pietro Clemente) e quella filosofica, né mancano contributi specifici come quello di Gensini sulla componente antropologica del Leopardi “linguista”. L’impianto del libro, e del convegno da cui è nato, è coraggioso perché riesce a conseguire una prospettiva autenticamente e utilmente interdisciplinare. Il merito è in buona parte di Antonio Prete, cui si devono il saggio d’apertura e l’idea del convegno.