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David Shields - "Fame di realtà. Un manifesto"

[introduzione di S. Salis, traduzione di M. Rossaro, Fazi, Roma 2010]

È un peccato che il dibattito su questioni un po’ massimaliste o modaiole, ma certo rilevanti come il destino del romanzo, i rapporti tra fiction e nonfiction, l’imporsi di nuovi generi quali il memoir o il lyric essay, il futuro del diritto e dell’idea di autore debba svilupparsi intorno a Fame di realtà di David Shields. Coetzee e altri si sono detti entusiasti. Sarà. Leggere questo «manifesto» può essere come dover ascoltare il Parsifal trascritto per suoneria di cellulare: s’intuisce che, dietro e lontano, c’è qualcosa di grosso, ma l’istinto è far volare il telefonino fuori dalla finestra.

Shields ha scelto la forma dell’aforisma, che è tanto rischiosa quanto la barzelletta – e non solo per chi non sia buono a raccontarne. C’è poco da scandalizzarsi perché il libro è quasi per intero un collage di citazioni più o meno manipolate: quel che colpisce è che, in questa bacioperuginizzazione del pensiero, Shields fa sembrare sciapo Nabokov, conformista Benjamin, fatuo Nietzsche. Non mancano oracoli di una Pizia forzata alle nozze con Lapalisse e storicismi da cartone animato; e per fortuna non mancano neppure idee intelligenti, soprattutto sulla tv, sul remix e sul web: perdute, però, in una portaportese della critica. Il gioco ironico di accatastare massime perentorie in esibita contraddizione funzionerebbe, se fosse spinto a un nichilismo flaubertiano.

Ma Shields, il cui stile a volte abborracciato è reso ancora meno perspicuo dalla traduzione, crede pure di avere delle idee sue – che non sono meno ricevute di quelle di cui autodenuncia il furto. Cos’è, insomma, la fame di realtà? Ebbene sì: il desiderio di qualcosa di saldo e concreto contro la virtualità istituzionalizzata. Peccato, però, che la realtà sia «già di per sé sempre finzione»; così che anche la contrapposizione tra fiction e non-fiction è dichiarata allegramente inutile e falsa, salvo agitarla una pagina su due. Shields è un postmoderno: rivela suo malgrado che il mito della realtà può anche essere uno spot in mala fede, o una reazione allucinatoria.

Più che registrare alcune aporie evidenti (per esempio, il carattere costruito o addirittura menzognero di certi memoir, e la loro parentela con il reality), non fa. Come potrebbe, se crede che il linguaggio stesso, per sua natura, riduca tutto a finzione? Quanto all’enfasi sulla natura citazionistica o plagiaria della scrittura, sull’arte come combinazione e sull’«è già stato detto tutto», davvero, basta: dopo decenni di peana all’intertestualità (i cui guru strutturalisti e poststrutturalisti, stranamente, sono passati sotto silenzio), l’abbiamo capita, e non ne possiamo più. Che fondamento dare, allora, all’insofferenza per il romanzo e la sua indimostrata usura? Questa banalizzazione delle polemiche moderniste e avanguardistiche contro la trama e il personaggio non è fuori tempo?

E come rivendicare un’«arte basata sulla realtà», se tanto è tutto fiction? Smussati gli attriti tra fatti e immaginario, cosa ha da dirci quell’autofiction intorno alla quale Shields gira, senza nominarla mai? Perché la non finzionalità e l’antinarratività dovrebbero essere un valore? Ci si può accontentare di un semplice effetto di «inartisticità» perché è «più eccitante »? Fame di realtà è vistosamente in controtendenza rispetto ai tanti che, da decenni, hanno promosso la narratività a modo di pensiero e forma radicale dell’esperienza, ma molto up-to-date quando si imprigiona nella gabbia dell’alternativa fiction/non-fiction, ne vuole evadere e resta fermo al palo per troppa affezione ai soliti idoli postmoderni. E sarebbe questa «una delle opere più importanti di teoria letteraria pubblicate negli ultimi anni» (Salis)? Questo un libro wharoliano, un modello di lyric essay? Verrebbe da rivalutare New Italian Epic.