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Gustavo Zagrebelsky - "Sulla lingua del tempo presente"

[Einaudi, Torino 2010]

L’ultimo lavoro di Gustavo Zagrebelsky è un tributo al valore universale e capitale della lingua, ma, come suggerisce il titolo, è anche una riflessione sui sistemi di persuasione dell’attuale linguaggio politico (italiano) contemporaneo. Il breve pamphlet è un testo agile e tagliente, una rassegna di capitoletti apparentemente slegati, ma mossi da un’idea di fondo che trasforma l’insieme di frammenti in un saggio ben argomentato. Giudice della corte costituzionale e noto editorialista di «Repubblica», Zagrebelsky si dedica ad un campo di cui non è un tecnico esperto. Forse è proprio per questo, però, che le sue riflessioni costituiscono una delle migliori stigmatizzazioni delle strategie persuasive che caratterizzano l’universo del berlusconismo.

L’opera, nonostante il titolo, non si presenta come un’analisi linguistica, ma è un saggio sulla retorica contemporanea non privo di una certa gradevolezza stilistica. Se è ormai evidente che la lingua è un potentissimo strumento di influenza culturale, essa è anche capace, spiega Zagrebelsky, di persuadere in maniera più indiretta e pericolosa. L’eversività di Berlusconi – politica, istituzionale e privata – è, anzitutto, una eversività linguistica. Berlusconi non ha mai rispettato le regole del lessico politico tradizionale, le ha infrante fin dalla sua primissima apparizione. Il suo ingresso in politica è come una «discesa» dall’alto, la sua storia personale è una epopea ottocentesca farcita di suggestioni dickensiane.

Il suo lessico si è inserito prepotentemente nell’immaginario politico e ha rapidamente conquistato anche la parte avversa, quella opposizione ormai fagocitata e che scende continuamente a compromessi (linguistici e non) con lo stesso sistema che dovrebbe imporsi di sconfiggere. Ormai, scrive l’autore, la lingua usata da Berlusconi viene praticamente a coincidere con quello che dovrebbe essere il suo sovra-insieme: la Lingua Nostra Aetatis. Questa lingua non si distingue per originalità, né raffinatezza: è una lingua che si fonda su una coazione a ripetere parole vecchie e afferenti a campi che nulla hanno a che vedere con quello politico tradizionale. Uno dei capitoli più riusciti del saggio è, infatti, quello dedicato al lemma «Amore».

Berlusconi, creando un rapporto di esclusività con il popolo italiano, ha caricato le parole di una polivalenza strisciante e pericolosa. Usare espressioni come il «partito dell’amore», nota Zagrebelsky, non è solo una innocua scelta pubblicitaria, ma nasconde una aggressività retorica pericolosamente eversiva perché consente di discriminare automaticamente chiunque non la pensi allo stesso modo. D’altra parte una simile strategia retorica non è esclusivamente italiana né berlusconiana: è un meccanismo già denunciato da autori come Žižek in Welcome to the Desert of the Real, o come Bauman nel suo Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido.

L’«immigrato clandestino» di Bauman o il «terrorista» di Žižek assumono la stessa valenza del «comunista» iscritto al partito dell’Italia che «odia». È esattamente la stessa strategia che stava alle basi della retorica teo-con: chi non è nostro alleato è terrorista. Il saggio di Zagrebelsky, dunque, partendo da Berlusconi, porta a riflettere sull’attualità della retorica, fondamentale arte della persuasione: un’arte raffinata e complessa, uno strumento da conoscere e rispettare. Sulla lingua del tempo presente parla di potere, persuasione e retorica, ma rappresenta soprattutto una testimonianza sull’essenzialità del lavoro dei mediatori culturali, addetti a un campo forse marginale, ma ancora estremamente vivace e decisivo.