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Emmanuel Carrère, "Vite che non sono la mia"

[Einaudi, Torino 2011]

Pur continuando a muoversi sul terreno scivoloso dell’autofiction, Emmanuel Carrère riesce ancora una volta a superare i limiti del genere e a ricavare una coerenza narrativa dalla massa caotica di fatti che riempiono il quotidiano. Nell’Avversario la curiosità per la storia di Jean-Claude Romand lo aveva spinto a investigare le motivazioni che possono portare un uomo a costruire una vita intera sulla menzogna, con una riflessione che si muoveva tra la ricostruzione documentaria dei fatti e le ossessioni più profonde che la vicenda faceva emergere. In La vita come un romanzo russo aveva forse corso il rischio di cadere nel compiacimento solipsistico, ma l’intrigo avvincente evitava al lettore il ruolo infelice di chi è costretto ad ascoltare le confidenze di uno sconosciuto.

Anche in Vite che non sono la mia la prima persona del narratore è utilizzata come prospettiva di indagine privilegiata, ma la posta in gioco è più alta: testimoniare la trasformazione che può essere messa in moto dalla comprensione del dolore e della dignità delle vite di altri. Nessuna scena pruriginosa, nessun dramma pirandelliano, nessun demone da fronteggiare: questa volta Carrère racconta una storia edificante. L’azione è rapidamente inquadrata nel paragrafo di apertura: durante il Natale del 2004 Emmanuel e la sua compagna Hélène stanno passando nello Sri Lanka quelle che sembrano le loro ultime vacanze insieme, indolenziti e affaticati da una relazione sfilacciata. Cinque anni dopo – nel momento in cui il libro è pronto per la stampa – i due non si sono separati e sperano di «invecchiare insieme». Cosa è successo nel frattempo?

Due vicende tragiche hanno segnato le loro esistenze, riavvicinandole: il dramma di una coppia francese causato dalla morte della figlia Juliette – travolta dallo tsunami che colpisce l’isola proprio durante il soggiorno dello scrittore – e la storia di un’altra Juliette, magistrato, sorella di Hélène e madre di tre bambine, morta dopo una lunga malattia. C’è un utilizzo inatteso del fait divers: non è semplicemente l’evento straordinario che consente allo scrittore di analizzare il comportamento umano di fronte alla catastrofe, ma è l’avvenimento decisivo che gli permette di superare le insofferenze narcisistiche per dare una direzione precisa alla propria vita. Così, il resoconto dei giorni passati tra gli ospedali dello Sri Lanka (la descrizione dei corpi tumefatti disposti in fila per il riconoscimento, l’ansia e la frenesia della ricerca dei dispersi) è accompagnato dalla scelta di scrivere per «rendersi utile».

Ed è proprio questa decisione che spinge lo scrittore a raccogliere la sfida di raccontare la vita della cognata, riportando le conversazioni fatte con chi condivideva la quotidianità con lei. Carrère riesce qui nell’impresa forse più ardita di tutto il libro: esaminare, rendendoli appassionanti, i casi di sovraindebitamento di cui si occupavano Juliette e il collega Étienne. Carrère non crede nel potere salvifico della letteratura, ma ha una profonda fiducia nelle virtù terapeutiche della parola: per questo decide di ascoltare e trascrivere fedelmente i ricordi e le «strategie di sopravvivenza» delle persone che ha incontrato.

Vite che non sono la mia testimonia anche la possibilità di elaborare il dolore raccontando, ad esempio, come la scelta di una vita appartata possa essere gratificante, o quanto possa essere ricca «la vita in cui ci si preoccupa del tasso annuo del libretto di risparmio e del calendario delle vacanze scolastiche, la vita Auchan, la vita in tuta da ginnastica, la vita media in qualsiasi cosa». C’è un confine labilissimo che separa la compassione dal buonismo e la commozione dal sentimentalismo: questo confine Carrère non lo oltrepassa mai, ed è forse proprio questo che fa di lui una delle voci più interessanti della narrativa francese contemporanea.