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André Schwarz-Bart, "La stella del mattino"

[Guanda, Parma 2011]

Nella breve nota introduttiva al romanzo postumo di André Schwarz-Bart, pubblicato in Francia nel 2009, la moglie dell’autore osserva che se «la difficoltà, nell’incontro tra due culture, […] risiede nella tentazione di ognuno di oscillare dall’altro lato », lo stesso non si può dire del dialogo che viene a volte a instaurarsi fra due tradizioni memoriali distinte, e tuttavia allacciate da quello che Heisenberg definirebbe – a giusto titolo – un medesimo principio di indeterminazione. Infatti, fermo restando che il desiderio «di annullarsi in uno sguardo» è forte, «tanto più forte se si tratta dello sguardo della persona amata», laddove si dovesse produrre uno scambio, basato sullo statuto dichiaratamente testimoniale degli enunciati, il rischio sarebbe, non più di (con)fondersi, ma di negare la specificità dei messaggi di cui ciascuno si fa tramite, pur convenendo sulla loro indiscutibile autonomia.

In un certo senso, è quanto ci insegnano la teoria della letteratura postcoloniale e i dati sociologici più recenti in materia di “deposizioni indirette” o “condivisione trans-generazionale della memoria collettiva”. Nella fattispecie – ma lungi dall’assumere il tono e le proporzioni di un’indagine di tipo scientifico –, tale postulato contribuisce piuttosto a problematizzare la lettura e l’interpretazione di un’opera che, per non diventare “finzione”, avrebbe potuto “non diventare affatto”. Frutto di una gestazione lunga e frammentata, di cui restano alcune tracce nell’impiego insistito dell’ellissi, oltre che nelle ripetute variazioni del punto di vista, La stella del mattino narra la vicenda di una giovane storica venuta dal futuro per interrogare gli archivi dello Yad Vashem, l’ente nazionale ebraico di documentazione sulla Shoah.

Le ricerche della protagonista non si limitano soltanto a una collazione delle fonti aventi a che fare con l’esperienza genocidiaria; esse prendono le mosse dalla ricostruzione di un certo numero di episodi legati alla figura del leggendario Haim Yacoov, ciabattino- violinista originario di un piccolo borgo della Polonia ottocentesca e in grado, con la sua musica, «di guarire gli animi e i malati». L’interesse della studiosa – la cui persona traspare esclusivamente attraverso la successione dei materiali consultati e poi “cuciti insieme” – verte sia sulle vicissitudini della comunità di Podhoretz, colta nell’atto di trasformarsi in nucleo di assembramento territoriale per gli ashkenazim delle aree circostanti, sia sulle prove che ciascuno, in questo angolo di mondo, è costretto ad affrontare, nel disperato tentativo di resistere all’avvento della modernità, così come delle catastrofi che vi si accompagnano.

Ora, sebbene queste ultime debbano culminare nelle immagini della deportazione, attribuire un valore eccessivo ai capitoli che ne danno conto significherebbe eludere il complicato lavoro di sintesi teso a introdurle. Allegoria di una società massificata e post-capitalista, la loro funzione non è tanto quella d’insistere sul carattere puntuale di un evento senza precedenti, quanto piuttosto di denunciare, per mezzo di un discorso tendenzialmente metonimico, il lento affermarsi di un sistema fondato sulla mercificazione dei suoi stessi attori. Non c’è dubbio che l’analisi suggerita fra le righe voglia richiamarsi a quella, ormai nota, che Schwarz-Bart proponeva negli anni ’70, per verificare in che misura fosse possibile applicare a contesti e latitudini diversi fra loro le considerazioni che si fanno di solito intorno al solo esercizio delle violenze totalitarie comunemente intese in quanto tali.

Ciò detto, integrata com’è all’impianto corale del racconto e restituita per mezzo delle scoperte di una donna il cui tempo non ci appartiene ancora, essa concorre a rivendicare, da un lato, l’autonomia di una scrittura che aspira a farsi argomentativa, senza pertanto rinunciare ai toni poetici del commento chassidico; dall’altro, un impegno politico estraneo a ogni forma di demagogia, proprio perché ancorato al valore polisemico delle figure di cui si nutre e che si vogliono vettore d’ogni ulteriore attività interpretativa.