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Walter Siti, "Autopsia dell’ossessione"

[Mondadori, Milano 2010]

Quando Danilo Pulvirenti, antiquario, incontra Angelo, escort culturista che viene dalle borgate, decide che è arrivato il momento di concentrare la sua ossessione per i nudi maschili su un individuo che incarni il Mito. Ha concluso da tempo che non bisogna confondere l’ossessione con la vita, né sua né altrui, ma fallisce, anche perché Angelo trova in un cliente meno difficile da accontentare una risposta migliore ai suoi bisogni. Protagonista e antagonista sono coetanei, ma il Rivale, a differenza di Danilo, è un vecchio professore troppo stanco per investire l’erotismo di senso mistico. Danilo è alto e magro, è ricco di famiglia e ha trovato la sua ragione sociale nella cultura e nella professione. Il nemico è basso e ha la pancia, si pretende scrittore e tuttologo, puzza perché si lava poco e sembra proprio Walter Siti.

Mentre la storia di Danilo occupa quasi tutto il libro e contiene un dramma che culmina apertamente in tragedia, al professore si dedicano soltanto riferimenti indiretti, prima di riservargli una piccola e volutamente poco significativa apparizione finale. Il romanzo si presenta come una narrazione in terza persona, focalizzata sull’antiquario. L’attore quasi- narrante stabilisce un punto di vista sul mondo che cerchi di ordinare il caos. Il flusso diegetico è interrotto dalle immagini fotografiche di Angelo (per le quali ha posato Massimo Serenelli), dalle didascalie che le seguono e da proposizioni filosofiche intorno al tema dell’ossessione. Emerge, in questa ricorsività delle interpolazioni, un ulteriore criterio d’ordine.

Si presentano, altrettanto ricorsivamente, elementi che introducono disordine e contaminazione: il professore, con la sua sola esistenza, nega la possibilità di vivere secondo logica; il punto di vista di Danilo sul mondo è dolorosamente mobile mentre egli ambisce a una volontà ferma; danno il senso di una confusione imminente gli inserti mimetici che si fanno largo nell’indiretto libero. Il protagonista non riesce a pensare con la sua voce, il filtro culturale non lo mette al riparo dai fatti. Qui lo scrittore – dopo Il contagio, in cui aveva narrato gli altri fino al deflagrante Addio in prima persona – ritorna a usare per Danilo modi riservati nei romanzi precedenti alla propria controfigura autobiografica. Come in Scuola di nudo, Un dolore normale e Troppi paradisi, si mette felicemente in prosa un’intelligenza di sé e del mondo che solo per qualche decisiva minuzia si distingue dal Walter Siti protagonista dei libri precedenti.

Sicuramente Danilo e il Rivale sono doppi dell’autore, ma le due visioni non si completano, gli opposti non si attraggono. Da una parte, Danilo sembra un po’ un’evoluzione per contrasto del Walter Siti personaggio: tenta ideologicamente la separazione dell’amore dalla vita, laddove i libri precedenti ideologicamente la rifiutavano. Dall’altra, il professore allude a un piccolo Siti fattuale. Ma, in questo autore, il vero è un momento del romanzesco, non del fattuale. La buona riuscita del libro non è quindi prospettare una soluzione univoca nell’uno o nell’altro, nell’inventarsi tragici o nell’accertarsi rimpiccioliti. Tentare una conciliazione sarebbe fatica sprecata, perché qui duplicarsi significa farsi dire da due estranei e la meccanica del raddoppiamento di personalità è parodizzata in dimezzamento del senso.

Dopo che le falsificazioni del tutto veritiere della Trilogia hanno inchiodato lo scrittore al suo nome, dopo aver chiamato per nome gli altri nel Contagio, in questo romanzo si lascia campo libero a un personaggio nato per confliggere col suo creatore denominato. Il nucleo tragico di Autopsia è quindi metaletterario: chi si è romanzato per essere vero sente la necessità di inventare una finzione che di lui non sa parlare. E nemmeno ne ha voglia.