Informativa sull'utilizzo dei cookie

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Accetto

ILLUMI-nazioni. 54a Esposizione Internazionale d’Arte

[diretta da B. Curiger, Venezia, 4 giugno-27 novembre 2011]

La vertigine e a volte la noia che la Biennale ispira sono sempre istruttive. Il calembour illumi-nazioni cui è intitolata la 54a edizione curata da Bice Curiger, oltre a non brillare per ingegno, non chiarisce certo le idee al visitatore, che vaga nei padiglioni internazionali senza guide, costretto a sommare il proprio impressionismo all’arbitrio degli organizzatori, o tutt’al più indotto a farsi un giro come se fosse al lunapark. Videoarte e installazioni prevalgono pressoché incontrastate. Non mancano fatuità immemorabili, rifritture neo-neo-avanguardistiche, deleghe al fai-da-te, sciocchezze madornali.

Il padiglione spagnolo, con il suo cumulo di libri e carte su Joyce e Svevo, è avvilente; il simil-bronzo di una statua della gloria deposta in un solarium ad abbronzarsi sembra la freddura di un Bartezzaghi inebetito da un colpo di sole – e invece va attribuito agli statunitensi Allora e Calzadilla, rei pure di un vero bancomat montato su un falso organo a canne che suona tra l’entusiasmo dei turisti americani, mentre cambiano dollari e si fanno riprendere; Norma Jeane (eh sì…) mette a disposizione di tutti pongo bianco, rosso e nero, si diverta ciascuno come può; lo svedese Eriksson appronta un take away di uccelletti fatti con sassi e immondizie. Per fortuna, l’uruguayano Sastre, che balla con un sosia di Obama per denunciare le ingerenze degli Usa in America latina, libera finalmente la risata. L’intelligenza lotta sconsolata con le trovate, e magari riesce persino a vincere.

Il belga Vergara dipinge sui video che metaforizzano i sette peccati capitali (Berlusconi incluso); il giapponese Tabaimo immagina uno spazio avvolgente, proiettando su superfici curve e specchi disegni animati risucchiati al centro da un pozzo; il tedesco Schlingensief crea una cappella del dolore dei corpi, nel cui scenario si mescolano voci, suoni, musiche, disegni, filmati in una Gesamtkunstwerk al nero; l’inglese Nelson (ri?)produce con fedeltà un’officina-rispostiglio abitata dalla polvere, dall’usura e dai segni del tempo, ma finta, deserta di uomini e perturbante; il francese Boltanski costruisce una macchina in cui passano come per un rotocalco foto di neonati; invece, le teste parlanti di Mellors surclassano qualunque Rambaldi, ma neppure alla Biennale Cinema ci sono premi per gli effetti speciali.

Il sensibile, in ogni caso, è assoggettato al concetto: mentre lo esalta come una via d’accesso al pensiero, quest’arte lo umilia a puro strumento. La pittura è quasi assente, o relegata all’epigonismo (letterale con il canadese Shearer, più sottile e perverso con l’austriaco Schinwald) o al manierismo pop (Foulkes è meglio quando ripensa Bacon, piuttosto che quando riusa i fumetti). Così, le scoperte si impongono ancora di più: gli acquarelli-arazzi di Gedewon risplendono per i colori, l’intreccio dei grafismi, la cura commovente delle mani e dell’intelletto; ma l’artista etiope è morto nel 1995.

Un vero manuale, insomma, sulla crisi e spesso l’insensatezza dell’arte contemporanea: sulle sue velleità di denuncia del presente, e sulla sua chiusura nei recinti della committenza pubblica; sulla sua sudditanza al dominio di un multimediale che le ha tolto il terreno da sotto i piedi, e sul suo tentativo di far buon viso a cattivo gioco; sulla spossatezza di un concettuale ridotto a metafora forzosa o a sragionamento bislacco, e sulla lotta per strappare i simboli alla loro consunzione. Non è detto che questo conato a dire qualcosa del presente, svincolandosi dalle secche vetuste dell’autoreferenzialità, abbia successo; e se qualcosa resta della fiera campionaria, è quello che più fa resistenza all’interpretazione. Muti, immobili, i piccioni di Cattelan stanno poggiati sui travi del padiglione centrale, non guardano nulla e nessuno. Forse non sono mai stati vivi, veri.