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L’Arte non è cosa nostra. Padiglione Italia, 54a Esposizione Internazionale d’Arte

[a cura di V. Sgarbi, Venezia, 4 giugno-27 novembre 2011]

Un’aria solo in parte diversa rispetto alla Biennale nel suo complesso si respira al padiglione Italia, dove prevale nettamente la pittura. Vittorio Sgarbi, che doveva curarlo, ha chiesto a quasi duecentoquaranta intellettuali, scrittori, registi e personaggi pubblici di indicare gli artisti che preferivano. L’Arte non è cosa nostra, recita il titolo (con la “A” maiuscola, temo), per polemizzare con la cricca di critici e mercanti. Però, come dar credito a questa proclamazione di democraticità? Siamo nel privé dei vip, veri, presunti o aspiranti, in un gioco di promozioni incrociate piuttosto provinciale; e come in tutte le feste esclusive, non mancano gli imbucati. Il nostro è pur sempre il paese degli amici, e degli amici degli amici.

Riconosciamolo: un tributo al centocinquantenario dell’unità più veridico dell’Italia in croce di Pesce – una penisola rosso-sangue che cola, retorica, ricattatoria e pummarolesca. I bei quadri, affastellati come in un magazzino, si perdono: il Maggiolino di Bartolini, sfasciato, quasi deforme, animato dalla luce e dalla ruggine, galleggia nel vuoto della tela, bianco su bianco; i grandi volti di Francesca Leone parlano corrosi dall’acqua e dalla pittura; un paesaggio di De Concilliis distende le sue varietà di blu notte in tre pannelli; le macchie di pittura e le scolature di Pedretti si trasformano in erbacce e terra a bordostrada… Ma discernere è un’avventura: nella prima sala, lo spettatore deve tapparsi le orecchie e combattere anche con il discorso del Grande dittatore di Chaplin che lo perseguita ovunque, gracidante, implacabile.

Fortuna che qualcuno ha un autentico senso del grottesco (come Robusti nella sua cucina vorticosa e trucida) o dell’umorismo (come Gallo con suoi passeggeri-animali in metropolitana). Strano personaggio, Sgarbi: l’egomania che gli gonfia le vene sul collo quando urla paonazzo insulti da scuola media convive, come già nella mostra di Milano sull’Arte italiana 1968-2007, con una vocazione a un ecumenismo da ammucchiata. Anche chi gode a farsi nemici, ogni tanto, vuol farsi benvolere un po’ da tutti: Andrea Zanzotto e Sandro Bondi, Luciana Littizzetto e Annamaria Andreoli, Walter Siti e Camillo Langone. Non che non abbia i suoi pupilli e le sue preferenze, che è appunto quello che gli si chiederebbe di fare, e di spiegare: una sezione si intitola sdegnosamente I clandestini delle Accademie contro le Accademie (ancora con le “A” maiuscole, continuo a temere); un’intera ala è destinata dal sindaco di Salemi alla Sicilia, con un museo della mafia in cui accanto alle statue di Inzerillo (intense e terribili le figure mummificate del Compianto, ghiacciate in una luce blu elettrico) convivono pannelli didattici forse un po’ troppo didattici.

Ma per il resto, ha lasciato fare, riproducendo in piccolo la logica da fiera dell’intera Biennale. Farsi una idea è peggio che venire colpiti da cento percezioni? il viaggio orientato una noia a confronto del vagare senza meta? la scelta una mortificazione rispetto al catalogo lacunoso e casuale dell’esistente? Alla fine, ce n’è per scontentare tutti. Successo di scandalo? Su una parete, appaiono in pendant i ritratti di Sgarbi e di Berlusconi. Non arrivano neppure al Goya involontario. Ogni epoca ha i cortigiani (e le cortigiane) che si merita.