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Alessandro Baldacci, "Andrea Zanzotto. La passione della poesia"

[Liguori, Napoli 2010]

Grande ma oscuro, sperimentatore audace ma ermetico e nichilista, lucido scrutatore del presente ma fautore della divaricazione tra segno linguistico e significato: su Andrea Zanzotto si è scritto molto, spesso di tutto. Il recente contributo di Alessandro Baldacci ha il merito, non banale all’interno di un panorama critico spesso inquinato da una sorta di inerzia, di afferrare molto bene il fattore antinichilista, fondamentale nella poetica di Zanzotto. Il lavoro sul significante e la riflessione sul rapporto tra linguaggio e realtà, infatti, sono l’opposto di una rinuncia al senso: semmai, nel problematizzarne la ricerca, Zanzotto ne rilancia l’urgenza, «oltre il diktat nichilistico del Novecento» (p. 1).

Lungi dal rappresentare un ripiegamento, la consapevolezza dell’impossibilità della parola – e della parola poetica in particolare – diviene per il poeta veneto una nuova risorsa: «il circolo vizioso (o virtuoso) di una poesia che ha come propria materia un interdetto, un’impossibilità, viene risolto da Zanzotto accettando in pieno il rischio di una completa apertura del soggetto alla crisi dell’espressione, al trauma della creazione, opponendosi però simultaneamente alla caduta del discorso poetico all’interno di un orizzonte di definitivo scacco, nella battaglia del e per il senso» (pp. 6-7). «Viene risolto», «riesce », «un tentativo di cura del presente», «la prima forma dell’impegno»: la visione di Baldacci sottolinea spesso, in maniera utilmente esplicita, il carattere di successo delle operazioni zanzottiane fondate sull’insuccesso («un titanismo anti-eroico, connesso all’umano con forsennata umiltà», p. 67); un paradosso, questo, le cui potenzialità meritano una rilevanza lampante.

Addirittura Baldacci definisce questo viaggio poetico «uno dei più significativi e arditi “progetti civili” della letteratura europea nel secondo Novecento» (p. 43), mettendo l’accento sull’istanza etica e sul suo valore pedagogico: ponendosi in esplicito disaccordo con la visione mengaldiana di uno Zanzotto orfico, «attardato ermetico in fuga dalla storia» (p. 52), liquida così il principale equivoco che ha nuociuto alla comprensione profonda di un autore troppo complesso per essere ridotto a epigono (ma anche troppo radicale per essere ricondotto a posizioni di generico isolamento). È questo il più importante elemento di novità del volume, che corregge vecchie linee interpretative ormai incancrenite e smentisce un punto di vista critico su Zanzotto «alquanto riduttivo e erroneo» (p. 91).Dell’ermetismo (e delle sue ragioni), la poetica zanzottiana rappresenta un superamento, che presuppone una profonda elaborazione: «invece di un brusco e affrettato disconoscimento del contributo offerto dalla generazione che lo precede, Zanzotto indica la necessità di trarre avanti le punte più avvelenate della tensione ermetica […] che coltiva e seppellisce all’interno dei suoi esordi» (pp. 85-86). Altro pregio di questo contributo è l’aggiornamento.

Baldacci considera e analizza, attraverso citazioni testuali, anche le ultimissime opere di Zanzotto: Sovrimpressioni (Mondadori, Milano 2001) e Conglomerati (Mondadori, Milano 2009) per la poesia, ma anche scritti di varia natura come Eterna riabilitazione da un trauma di cui s’ignora la natura (Nottetempo, Roma 2007), Viaggio musicale (Marsilio, Venezia 2008) e In questo progresso scorsoio (Garzanti, Milano 2009), riconducendo quindi l’intera produzione, di un’estensione ormai di settanta anni, a un quadro unitario e coerente, o meglio di coerente, continua, metodica auto-contraddizione. Fiducia, senso, passione, umanità: queste sono le parole chiave dello Zanzotto di Baldacci, inaspettatamente (e finalmente) restituito al suo versante positivo e pieno, per quanto sofferente; perché se fare poesia è un patire le ferite e le contraddizioni della storia, non di meno è una passione che le riscatta e le risolve.