Informativa sull'utilizzo dei cookie

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Accetto

Andrea Zanzotto - "Tutte le poesie"

[a cura di S. Dal Bianco, Mondadori, Milano 2011]

La pubblicazione del volume Tutte le poesie, che raccoglie l’intera produzione poetica di Zanzotto, poiché avvenuta pochi mesi prima della scomparsa del poeta, finisce con l’assumere qualche risonanza simbolica. Il volume risulta una sorta di sigillo all’opera poetica di uno degli ultimi grandi del Novecento, la cui attività è proseguita in tarda e tardissima età fin entro il secolo attuale: e per di più con grande intensità, libertà e capacità di innovazione sul corpo stesso di una già vastissima produzione.

Rispetto a quello già apparso nel 1999 per i Meridiani (Le poesie e prose scelte), l’attuale volume degli Oscar presenta – naturalmente – qualcosa in più, e qualcosa di significativo per quantità e qualità: a quelle apparse fino a quel momento, che giungevano a Méteo, si aggiungono le ultime due corpose raccolte del nuovo secolo, Sovraimpressioni (2001) e Conglomerati (2009). Opere ben impegnative e tutt’altro che manieristiche, come si accennava.

Il volume contiene, per la verità, anche molto di meno, ossia le prose e i saggi, scelti per la precedente edizione. In tal modo risulta più compatta e in sé conclusa la fisionomia del poeta, e impoverita per contro (e non vuol essere una critica, ma una inevitabile constatazione) quella dell’intellettuale Andrea Zanzotto: ma per questo non mancano certo strumenti integrativi, anzi continuano ad apparire interviste e interventi, memorie e brevi saggi dello scrittore, frammentari e parziali, “ingenui” o sornioni quanto si voglia, ma certo tali da consentire a chi lo desideri di costruirsi un’immagine più complessiva e meno stralunata del poeta.

Peccato solo che la reperibilità di tali scritti non sempre sia agevole. Per tornare al volume curato da Stefano Dal Bianco, esso appare ora sfrondato delle due introduzioni rispettivamente di Stefano Agosti e di Fernando Bandini, mentre quelle che erano state le note e il commento, di Dal Bianco appunto, costituiscono ora, ampliati, la nuova introduzione al volume. Una scelta di sobrietà ma anche di praticità.

Ed è a questa introduzione che, brevemente, faremo riferimento. Essa ha infatti il pregio di essere chiara ed esaustiva, di costituire una buona guida per il lettore risultando ampia e al tempo stesso senza fronzoli, e di riassestare l’immagine di Zanzotto riducendo e ridisegnando lo spazio di quella lettura su base lacaniana, dovuta soprattutto a Stefano Agosti, che, se da una parte ha avuto l’indubbio merito di aprire un piano di lettura innovativo e stimolante, ha poi finito per voler riassorbire tutto Zanzotto entro le categorie preferite dal critico, anche a danno della concretezza e della persuasività.

D’altro canto la stagione che ha inizio con Méteo (stagione tutt’altro che breve, ed in parte anticipata almeno a partire da Idioma) ridistribuisce, per così dire, gli equilibri nella produzione poetica di Zanzotto, ricollocando le punte di “oltranza” linguistica e stilistica (La Beltà, Galateo in bosco) entro un percorso frastagliato e complesso, nel quale le prime e le ultime raccolte sembrano richiamarsi e riconnettersi. Dal Bianco mi sembra dar conto di questo percorso: a parte un certo indulgere sul versante della simbologia, che può lasciare qualche perplessità, egli risulta poi persuasivo nella descrizione delle raccolte (mi riferisco soprattutto alle ultime due), delle quali legge bene le relazioni interne, i rapporti con l’insieme dell’opera, l’emergere di motivi e di ricerche di linguaggio.

Di particolare interesse l’analisi dell’architettura costruttiva delle raccolte (e penso soprattutto a Sovraimpressioni e a Conglomerati), che consente uno spazio interpretativo più ricco e meno concentrato sui soli esiti del linguaggio (sull’aspetto “lirico”, in una parola) a vantaggio di un più articolato discorso dai risvolti anche metapoetici e filosofici. Insomma si tratta di un lavoro critico “di servizio” quanto mai utile e opportuno, strumento di partenza per la nuova fase di studi sul poeta, che inevitabilmente – e giustamente – da oggi si apre. E sembra questo il momento in cui occorrerà difendere Zanzotto dai suoi ammiratori.