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Alan Bennett - "Due storie sporche"

[ trad. it. di M. Gini, Adelphi, Milano 2011 ]

L’umorismo british, contraddistinto da understatement, reticenza, ironia impalpabile (la cosiddetta tongue in cheek), è una di quelle categorie così invocate e allargate da risultare ormai irrimediabilmente slentata e vaga: applicata alla verve polemica di Shaw come allo smontaggio del linguaggio convenzionale di Wilde, al caustico pessimismo di Waugh come alla messinscena di tic e incidenti quotidiani di Jerome K. Jerome; inoltre spesso tirata in ballo per valorizzare, e magari un po’ sopravvalutare, autori più recenti.

Ultimo caso quello di Alan Bennett, prolifico narratore e romanziere, versato – per riprendere una celebre distinzione – più nel comico di situazione che in quello di carattere o di linguaggio, abile nel congegnare vicende animate da figure schizzate velocemente, e imbastite di dialoghi mediamente brillanti, in cui l’effetto ilare nasce da una sterzata della routine, sia questa una novità proveniente dall’esterno, o (come nella Sovrana lettrice, uno dei libri più riusciti) una passione inattesa, uno scatto della personalità.

Nel dittico che compone l’ultimo libro, Due storie sporche, le sterzate nascono dalle accensioni e dalle varie pieghe del desiderio erotico, esplorate con brio, ma senza particolare originalità. Nel primo racconto, Mrs. Donaldson ringiovanisce, una vedova di mezza età con alle spalle un matrimonio smorto riscopre i piaceri della vita grazie a due svolte, una piuttosto prevedibile (e già sfruttata più estrosamente in Occhi sulla graticola di Tiziano Scarpa), l’affitto di una camera a inquilini giovanissimi, una più originale (ma non abbastanza sviluppata), il gusto di sfogare un insospettato istinto teatrale, lavorando come “paziente simulata” nei corsi di medicina.

Il secondo racconto, Mrs. Forbes non deve sapere, più corale, inscena una pochade aggiornata in salsa postmoderna, in cui un matrimonio malissimo assortito funziona sorprendentemente bene (naturalmente tra segreti, bugie e tradimenti), una situazione torbida come la relazione tra suocero e nuora – di solito svolta in chiave sommamente meló, come Il danno di Josephine Hart e il film che ne ha ricavato Malle bastano a dimostrare – è subito riassorbita nella tranquillità domestica, poliziotti modello si rivelano biechi ricattatori, le preferenze sessuali ondeggiano, insomma dietro la sobrietà del tono gli echi di Feydeau si intrecciano a quelli di Almodovar.

Senza svecchiarlo o elaborarlo veramente, Bennett maneggia con perizia questo repertorio familiare, tra l’altro utilizzando una tipica risorsa della forma breve, la capacità di prendere (come osservava Pirandello), «il fatto per la coda», di far gravitare tutta l’invenzione su una sorpresa conclusiva: nel primo racconto un guizzo di trasgressività più inatteso sovverte ulteriormente i rapporti generazionali; nel secondo le dinamiche della simulazione e i rapporti di forza si rivelano ancora più ingarbugliati di come apparivano.

Indubbia la prova di mestiere, certo godibile la consumazione delle storie; resta da discutere la loro superiorità appunto sulla buona letteratura di consumo.