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Johanna Skibsrud - "The Sentimentalists"

[ Douglas & McIntyre, Vancouver-Toronto 2010 ]

Originariamente pubblicato presso Gaspereau Press, le cui tirature, sovente rilegate a mano, non possono superare le mille copie settimanali, l’ormai celebre romanzo di Johanna Skibsrud, The Sentimentalists, è infine accessibile in una versione aumentata e corretta, la cui diffusione è stata resa possibile grazie al sostegno, non solo materiale, del prestigioso Scotiabank Giller Prize.

All’età di soli trent’anni, l’autrice è entrata a far parte dei dieci autori canadesi più quotati all’estero. Inutile aggiungere che il successo riportato da quest’opera prima – appendice e glossa delle poche poesie che l’avevano preceduta – non è dovuto ai numerosi dibattiti suscitati in ambito accademico – e riguardanti lo statuto, potenzialmente documentario, della prosa.

Infatti, se il libro merita la visibilità che si è guadagnato – riuscendo nonostante tutto a non scendere a compromessi con un mercato editoriale saturo qual è quello nordamericano –, è senza dubbio in virtù della sua tesi di fondo. Diversamente formulata in funzione dell’uso che se ne fa negli svariati luoghi del testo, essa potrebbe declinarsi come segue: (a) il concetto di spazio in quanto «aggregato di materia significante» è il risultato di quella che i sociologi non tarderebbero a definire una riasserzione dello stesso ai danni del tempo; (b) lo studio dello spazio – inteso come “ciò che ci separa da” – procede necessariamente «per un’osservazione dell’esperienza vissuta»; (c) qualsiasi indagine di carattere speculativo sulla capacità potenzialmente reificante dello spazio sembra non poter prescindere da un importante processo di aggiornamento delle coordinate topologiche tradizionali, né dal primato che queste detengono, in materia di riqualificazione del soggetto e delle istanze enunciatrici che lo abitano.

Lungi dall’adottare uno stile dichiaratamente argomentativo, l’analisi si articola intorno ad assunti la cui pertinenza viene di volta in volta misurata sulla base di un trascorso probabilmente autobiografico. Così, desunti dalle conversazioni di una figlia col proprio padre, i racconti di un reduce del Vietnam forniscono lo spunto a quella che avrebbe potuto essere una tesi di dottorato, ma strada facendo diventa finzione – malgrado la veridicità del dettato e una sempre più chiara volontà di riportare i fatti «così come sono accaduti».

Sul piano della forma, alternando abilmente le sequenze di tipo teorico con quelle, di più ampio respiro, tese a ricostruire una serie di eventi, non tanto per definirne il reale svolgimento, quanto piuttosto la natura – in senso concettuale e metastorico – la sintassi, oltre che i differenti registri di lingua impiegati, pare adattarsi progressivamente alle circostanze e garantire una coesione altrimenti minata dall’interno.

Forse è proprio in questa delicata impresa di labor limae che traspaiono, insieme, il rigore della ricercatrice e la sensibilità della testimone (seppure per conto di terzi). Mentre la prima tende a prediligere le questioni epistemologiche, la seconda non può fare a meno di esporsi e ammettere ch’esse funzionano da copertura. Sì perché in fondo è chiaro fin dal principio che l’unica reale preoccupazione di entrambe è il tentativo di allontanare un passato doloroso, ovvero il ricordo di una sofferenza ereditata, benché mai vissuta in prima persona.

Se da un punto di vista (geo)critico il valore dell’intera operazione riposa sulla necessità di fondare empiricamente ciascun enunciato, come a volerne comprovare i contenuti “sul campo” – ma ammettendo a priori l’imprudenza di ogni eventuale bilancio –, letterariamente parlando è lo sforzo di trattare dei luoghi materiali quali oggetti privilegiati della memoria a catturare l’attenzione di chi legge – indeciso se continuare come se avesse fra le mani un saggio, o invece abbandonarsi al potere affabulatorio del racconto.