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Furio Jesi - "Cultura di destra. Con tre inediti e un’intervista"

[ a cura di A. Cavalletti, nottetempo, Roma 2011 ]

«Non si può dedicare un certo numero di anni allo studio dei miti o dei materiali mitologici senza imbattersi più volte nella cultura di destra e provare la necessità di fare i conti con essa»: fin dalle prime righe Furio Jesi pone Cultura di destra (pubblicato per la prima volta nel 1979, e ora meritoriamente riproposto da Andrea Cavalletti) nel medesimo alveo della ricerca che lo ha impegnato per gran parte della sua breve vita, ricollegandosi esplicitamente ad altri suoi testi come Materiali mitologici (1979).

Ma qui viene resa ancora più evidente la partecipazione dello studioso al mondo contemporaneo, la sua tensione a utilizzare la riflessione per scopi squisitamente concreti e niente affatto mistici; una tensione soprattutto etica che era già molto chiara in Germania segreta (1967) – e che forse è ancora la cosa più interessante di un testo che sembra scritto in un’altra era geologica, per le preoccupazioni politiche che mette al suo centro e per lo scenario sociale che presuppone, così diverso da quello attuale.

In Cultura di destra ritroviamo il forte interesse per le varie espressioni e permanenze del mito – soprattutto in versione trasformata e «tecnicizzata» – nel mondo moderno. È proprio la sua «tecnicizzazione » a costituire il centro della riflessione, il modo in cui esso viene manipolato con precisi obiettivi di carattere soprattutto politico.

Queste manipolazioni mettono in evidenza il rapporto con il passato che domina nella cultura in cui esse nascono: la cultura, appunto, di destra, che secondo Jesi è quella «entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere in forma nel modo più utile». Ovviamente questo rapporto con il passato prevede assetti del presente e del futuro molto ben definiti, verso i quali si orientano gli obiettivi politici dei manipolatori.

I due capitoli del testo constano fondamentalmente nell’analisi – «frammentaria, eclettica ed empirica» – di materiali piuttosto eterogenei, che vanno da due commemorazioni di Carducci fatte nel 1907 da Percy Chirone (nonno di Jesi) ai romanzi di Liala, Salvator Gotta, Virgilio Brocchi, dalle opere di Julius Evola e Mircea Eliade agli scritti del fondatore della Guardia di ferro romena Codreanu alle canzoni cantate nella legione straniera spagnola sotto Franco.

Molto interessante è il discorso sulla religione della morte come punto essenziale della cultura di destra: non solo nei termini inquietanti del sacrificio umano di fondazione, al quale forse tendeva Hitler con la sua «soluzione finale» del problema ebraico; ma anche nella versione addolcita di una religione dei morti esemplari, come il culto fascista per il Milite Ignoto.

L’analisi proposta nel volume riporta questi materiali nell’ambito di una cultura caratterizzata soprattutto da quello che Jesi chiama il «lusso spirituale» fatto di «idee senza parole» (da un’espressione di Oswald Spengler). Il «lusso spirituale» è l’apparato che consiste nel rifiuto del “materialismo”, nell’omogeneizzazione della tradizione culturale e delle caratteristiche storiche e contraddizioni del passato, per poi comporre, con quella pappa, feticci positivi e negativi; strumento assai amato della destra tradizionale, utilizzato in maniera evidente dai fascismi, ma non solo da essi.

«La maggior parte del patrimonio culturale, anche di chi oggi non vuole affatto essere di destra, è residuo culturale di destra», afferma Jesi nell’intervista riportata in calce al volume; e dice anche che tutti i valori non discutibili, indicati da parole scritte per lo più con la maiuscola – «innanzitutto Tradizione e Cultura, ma anche Giustizia, Libertà, Rivoluzione» – rientrano in un meccanismo linguistico che alimenta una macchina mitologica funzionale a una cultura «fatta di autorità, di sicurezza mitologica circa le norme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire»; una cultura che evidentemente è ancora tutta da superare.