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Enrico Testa - "Una costanza sfigurata"

[ Interlinea, Novara 2011 ]

Dopo gli esordi di Laborintus, segnati dalla volontà di fare tabula rasa della precedente tradizione poetica, nelle raccolte di Sanguineti si stabilizza una nuova figura di io lirico.

A questo protagonista, «fulcro enunciativo» dei testi scritti per quasi mezzo secolo (dagli anni Sessanta fino alla morte del poeta), Enrico Testa dedica il suo ultimo, densissimo, saggio. Il titolo del libro, Una costanza sfigurata, è preso in prestito da un verso di Rebus 5, e rimanda all’idea che l’io poetico sanguinetiano sia una costruzione in cui si combinano forze contrarie. La fedeltà a se stessi reagisce con spinte che stravolgono l’identità e il corpo, passando, secondo un gioco di specchi, anche per maschere e travestimenti. Siamo di fronte a una strategia compositiva deliberata che permette di trattare l’io alla stregua di una terza persona, come ha avuto modo di dichiarare lo stesso Sanguineti, agli inizi degli anni Novanta, nel libroconversazione con Fabio Gambaro (documento fondamentale e giustamente rimesso da Testa sotto la lente della critica).

È un soggetto che fa i conti con gli «effetti spiazzanti della moltiplicazione e della “figurazione”» e, allo stesso tempo, esibisce ancora «vere e proprie patenti di riconoscibilità biografica» (p. 41). Verrebbe da dire un sosia, un doppio dell’autore: marito e padre, impegnato nell’educazione dei figli, preso da responsabilità, doveri, compiti familiari. E poi un professore, chierico rosso, un intellettuale in dialogo con altri intellettuali o impegnato nell’attività politica; ma anche un’identità dinamica, raccontata nel suo continuo divenire e nella sua provvisorietà.

Nel corso degli anni alla lezione di Gramsci, Benjamin, Freud o Groddeck (per restare ai nomi da lui più citati nelle interviste) Sanguineti ha affiancato la lettura di Mauss e di noti antropologi ed etnografi; grazie a questi ultimi ha consolidato l’idea che l’io e la persona siano il prodotto di un “lavoro” incessante, e dunque un’entità spuria, impossibile da determinare una volta per tutte perché sottoposta continuamente alla manovra dialettica tra realtà e cultura.

Alla luce del discorso condotto da Testa, allora, apparirà appropriatissima la categoria di «narcisismo negativo», tanto più perché non colloca questa poesia al di fuori dei territori del genere lirico, scrittura egocentrica per eccellenza dove il soggetto rimane sempre il vero centro e contenuto. Arriva così la riprova che uno dei punti di forza di Una costanza sfigurata è nella capacità di Testa di smarcarsi da tanti saggi su Sanguineti apparsi negli ultimi decenni (il ricorso «alla formula di antilirica è operazione, a parer nostro, semplicistica e insufficiente», p. 36). Si potrà, a questo punto, provare a sviluppare ulteriormente le riflessioni contenute in Una costanza sfigurata, fino a chiederci dove affondano le radici di quest’idea di lirica e con chi sia imparentata «una persona testuale» che sembra tanto «anomala e originale nel panorama contemporaneo» (p. 35).

Con tutte le cautele del caso, possiamo domandarci, cioè, se dietro il disamore, il distanziamento (anche ironico) del poeta dal proprio personaggio, dietro i variati esiti di quello che lo stesso Sanguineti ha chiamato un «finto autobiografismo», non si intraveda l’ombra lunga di Gozzano, oggetto di tante attenzioni critiche proprio nel periodo successivo all’uscita di Laborintus.

Al di là dell’uso del montaggio, dello stile e del rapporto con la metrica tradizionale, la riluttanza a pensare l’io lirico avulso dall’«esperienza ordinaria del mondo» potrebbe così rivelarsi la fibra più spessa nel filo che unisce, a distanza di cinquant’anni, due grandi nomi del nostro Novecento poetico.