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Alessandra Sarchi, "Violazione"

[Einaudi, Torino 2012]

Uno dei meriti di Violazione consiste nella consapevolezza «del potenziale rivelatore dello spazio» (?Giorgio Vasta). Il libro sembra voler narrare, alla luce del presente, le implicazioni planetarie della situazione delineata negli anni del “miracolo” da una vecchia poesia di Giudici: Se sia opportuno trasferirsi in campagna. Alberto e Linda vogliono lasciare la città: lo spazio-tempo che hanno in mente è un altrove naturale da opporre al vissuto iperurbano, artificiale e corrotto. Ma lo spazio che Primo Draghi ha messo in vendita fuori Bologna, I Cinque Pini, ? è un territorio dove, per l’iniziativa di un imprenditore che confida nella forza delle ruspe e delle scavatrici, la giurisdizione pubblica viene meno e vi è modo di verificare ciò che sta dietro il paesaggio. ?? La citazione in esergo dalle Operette di Leopardi rivela del resto l’intento di fare i conti senza infingimenti con la Natura, e la struttura triadica del romanzo (Mondo, Casa, Frana) rinvia a una condizione primordiale e allegorica.

Nell’incipit la mente di Primo evapora e riaffiora, lasciando libero il campo a una percezione elementare, biochimica, presoggettiva, esplorata con risultati stilistici interessanti. Il vero oggetto di rappresentazione è lo “sfondo” cosmico e disantropomorfizzante: la materia, organica e inorganica, matrice, madre e nemica, con le «molecole di proteine» e il «liquido primordiale» (p. 7) costituisce l’habitat precosciente in cui si risvegliano, prendono forma e operano i due antagonisti, Primo e Jon, divisi dalla «catena di monti diventata schiena dolente d’Europa» (p. 12). Vanessa, figlia di Primo, in quanto muta, di questo sfondo primordiale è la più eloquente emanazione: una lesione prenatale l’ha fissata in una «felicità edenica» (p. 120) «prodigiosamente oscena» (p. 119). Il suo opposto è la nonna contadina Berenice, con gli stessi occhi viola ma dotati di un’ipercoscienza paranoica che condensa la brutalità dell’orda, il gesto distruttivo di homo sapiens «costruttore pioniere civilizzatore» (p. 180), capace di desertificare il mondo coi diserbanti per un chilo di salsa di pomodoro.

La nostra storia recente di saccheggio del territorio e di fine delle prospettive progettuali è qui raccontata entro una più alta prospettiva filosofica, per verificare il binomio natura/civiltà nelle spirali della “seconda natura”. Se il vero protagonista è il «pianeta irritabile» (Volponi appare nella biblioteca di Alberto a p. 70), vanno valorizzate in primo luogo, oltre il plot sapiente e simmetrico, le sequenze descrittivo-cogitative, ricche di lessico specifico decontestualizzato: i piani sequenza costruiti su binomi aggettivali potenti e inattesi («in tutto l’occidente ricco e traumatizzato», p. 51; «domenica in Italia, giorno di grandi spazi e di lunghi intervalli», p. 95; «Fuori è una notte opaca e nebulosa con poche stelle in vista e il riverbero aranciato delle luci artificiali», p. 271), le enumerazioni tecnico-scientifiche, solo in apparenza neutrali, che trascinano il lettore nel territorio dell’ironia disvelante («monossido di carbonio, piombo, benzene, insomma tutta la varietà degli idrocarburi composti, che dànno quella patina giallognola all’aria», p. 19). Altrettanto potenti delle descrizioni sono i dialoghi, che implicano sempre lo scontro drammatico fra visioni del mondo, complicando e allargando la problematicità dei personaggi e delle generazioni messe a confronto.

Intorno ai Cinque Pini abitiamo tutti quanti: l’occidente convocato al cospetto del pianeta. Il lettore di Violazione deve fare i conti con la materialità estranea del mondo: tanto con le proprie molecole e atomi quanto col paesaggio percepito, con la rappresentazione paesistica “seconda” delle televisioni, dai ritmi distesi dei vecchi Intervalli a quelli più pervasivi dell’Isola dei famosi (p. 204). E soprattutto con la propria cecità e vergogna: con la falsa coscienza e con gli abbagli complici e impotenti che ci fanno abdicare a ogni istante alla vigilanza e consapevolezza critica.