Informativa sull'utilizzo dei cookie

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Accetto

Paul Valéry - "Eupalinos o l’architetto"

[a cura di B. Scapolo, Mimesis, Milano-Udine 2011]

Il primo Novecento europeo è animato dalla discussione sulla capacità di alcune arti di afferrare l’assoluto, il sovraumano, il metafisico in genere. È noto a tutti, ad esempio, il fortunato recupero che conobbero le tesi sulla musica di Schopenhauer, arte, secondo il filosofo, capace di riprodurre l’invisibile Volontà, motore di tutta l’esistenza; un’arte che trovava la propria superiorità – rispetto alla letteratura, alla scultura e soprattutto alla pittura – nel suo non essere referenziale o legata al mondo circostante. Sulla stessa scia si mosse anche Nietzsche, con la sua proposta di musica dionisiaca, attraverso cui sprigionare la più intima essenza umana, e raggiungere così un livello che più tardi verrà definito superumano.

Valéry fa suo questo dibattito e, chiamato a partecipare al sontuoso e prestigioso catalogo Architectures, nel 1921 scrive un dialogo platonico: Eupalinos o l’architetto. Attraverso un genere che non esiste, quello appunto del dialogo (che si situa tra l’atto letterario e il saggio senza coincidere con nessuno dei due poli), Valéry colloca l’architettura al vertice delle arti: il motivo non è solo nella sua autoreferenzialità, ma anche nel fatto che la sua realizzazione prevede l’atto del “costruire”. In maniera simile a quanto teorizzava negli stessi anni Benjamin in Il concetto di critica riferendosi alla poesia romantica, l’architettura sarebbe un’arte che raggiunge l’assoluto su basi processuali e non immediate. Se ne ricava pertanto un prodotto decisamente concreto e contingente, in grado al contempo di offrire a chi lo contempla l’idea di universale: non sarà un caso, del resto, se Jauss nella sua Estetica e interpretazione letteraria citerà proprio Eupalinos come una delle proprie opere di riferimento. E opera di riferimento Eupalinos fu anche per Montale, all’altezza degli Ossi di seppia. Anche il poeta infatti rifletteva sulla paradossale condizione umana, condannata a non valicare mai l’«erto muro» che divide l’uomo dal miracolo, e allo stesso tempo a misurarsi sempre su un orizzonte metafisico irraggiungibile.

Ma non fu solo Montale a subire il fascino del dialogo di Valéry: la prima traduzione italiana di Eupalinos è licenziata da Giuseppe Ungaretti nel 1932; e a questa segue nel ’47 quella, altrettanto prestigiosa, di Vittorio Sereni. A ben vedere, i tre nomi chiamati in causa ruotano tutti, sia pure con differente partecipazione, intorno al concetto di modernismo (a cui afferisce lo stesso Valéry): Montale, infatti, del modernismo può essere definito il poeta maggiore, così come Sereni il suo più insigne erede; mentre Ungaretti, la cui matrice modernista è più controversa, non può essere comunque compreso se non in relazione al coevo contesto italiano ed europeo.

Dopo più di sessant’anni la casa editrice Mimesis, per le cure di Barbara Scapolo, ripropone meritoriamente un testo decisivo della più alta cultura europea di inizio secolo. La traduzione senz’altro non può competere, per tasso di poeticità ed eleganza, con le precedenti. Ma ciò che perde in letterarietà, lo recupera sul piano della fedeltà testuale (senza necessariamente essere una “brutta fedele”). Inoltre la scelta di accorpare al dialogo alcuni documenti epistolari in cui Valéry discute la sua posizione, aiuta senz’altro a rendere più perspicua l’opera. Ma ciò che interessa maggiormente, forse, è il quadro generale, lucidamente chiarito dalla curatrice nella puntuale postfazione al volume: anche queste pagine infatti permettono di valutare quanto Eupalinos sia stato decisivo nel dibattito europeo di primo Novecento.

Non può non colpire che un testo come quello di Valéry venga riproposto proprio in questi anni, nei quali le chimere di una letteratura puramente ludica si sono definitivamente eclissate, e riprendono piede il prestigio e la fiducia nei confronti della letteratura. L’alluvione che aveva sommerso il pack di oggetti importanti ma desueti, tra cui anche «il Valéry di Alain», è veramente terminata: e la riflessione sul modernismo, a cui partecipa anche questa nuova traduzione valéryana, sembra in qualche modo volerlo testimoniare.