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Emanuele Trevi - "Qualcosa di scritto"

[Ponte alle Grazie, Firenze 2012]

Qualcosa di scritto è l’autodefinizione che Pasolini utilizzò più volte all’interno dello stesso testo per l’incompiuto Petrolio, l’opera ultima, «strutturalmente interminabile e programmaticamente incompiuta », alla stregua, del resto, di tutta l’opera pasoliniana, a recuperare invece l’ipotesi interpretativa di Antonio Tricomi, tra i massimi studiosi recenti dell’autore. Incompiutezza che si presta peraltro a definire anche quest’opera di Trevi, programmaticamente indecisa tra le memorie, il saggio e la ricostruzione autobiografica o romanzata di una sorta di triangolo d’amore-odio tanto più ambiguo e sfaccettato quanto più estremo ed esibito. Al centro della narrazione vi è infatti il periodo che l’autore trascorse presso il Fondo Pasolini di Roma, nei primi anni Novanta, alla ricerca di materiali per un mai più realizzato libro di interviste.

Custode e responsabile del Fondo, oltre che vestale della memoria (o meglio del culto) di Pasolini è una Laura Betti carognesca e infelice, autoritaria e sola, politically uncorrect e terminale. Una sorta di Laura petrarchesca all’incontrario, coi capelli da strega e l’andatura pachidermica. Il vincolo sadomasochistico che la lega alle sue vittime, tra le quali il Trevi personaggio è quella ideale, sfaccendato e squattrinato come si descrive attraverso gli occhi di Laura, sembra una versione parodizzata del rapporto fra carnefici e prigionieri in Salò: e sbaglia Carla Benedetti a vedere nella “sessualizzazione” abusata di Pasolini e nella sovrapposizione del piano biografico con quello autoriale un limite del libro di Trevi, perché è proprio di quella intersezione di piani e di quell’ossessione sessuale che Pasolini fece sia materia della propria opera, e di quella finale in particolare, sia cifra costante della propria vita, fino all’estremo rischio o sacrificio. Vittime e carnefici sono il tema in questione tanto di Salò che di Petrolio, opere cui Pasolini lavorò in contemporanea e che uscirono entrambe dopo la morte dell’autore.

Ed è dopo la morte di Laura Betti che Trevi ricostituisce il triangolo, o la catena degli amori impossibili: quello della stessa Laura per Pier Paolo, quello del giovane Trevi per Laura. Il ritratto di quest’ultima è infatti un ritratto di un impietoso così viscerale da non riuscire a mitigare se non occultare la fascinazione esercitata da una donna pure «insopportabile fino a risvegliare nei più miti un istinto omicida» (con definizione presa a prestito da Goffredo Fofi), in parole povere (sempre con Fofi): «un carattere di merda». Ed è persino un pretesto, l’interpretazione di Petrolio in chiave misterica che li conduce tutti, io narrante, Laura-la Pazza e il personaggio di Massimo Fusillo, anch’egli reale e contaminato con dati extratestuali (il côté sadomaso, tanto per cambiare), in Grecia, sulle tracce della chiave interpretativa eleusina.

Non convince, questa seconda parte, come non persuade la sottovalutazione della matrice politica di Petrolio, che viceversa di scandali e politica era intriso (anche senza voler per forza indulgere alla dietrologia delle informazioni segrete venute chissà come in possesso dell’autore, magari grazie ai contatti con l’ambiente della malavita e del crimine), com’era intrisa di politica la messa in forma dell’attitudine vittimaria e del suo contrario. Pasolini fu carnefice o vittima del suo mondo ideale o idealizzato, di una gestione libera e “pura” dei rapporti di potere, da quelli domestici e privati a quelli sociali e pubblici? Ed ogni vittima che si racconti come tale non diventa poi carnefice a sua volta, quando abbatte i confini del pudore e si racconta senza contorni?

Pier Paolo e Laura vorrebbero o potrebbero raccontarci, magari, un’altra storia, ma la vittima Trevi ha adesso il potere in mano, il potere della parola che sopravvive agli scomparsi.