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"Poesia contemporanea. Undicesimo quaderno"

[a cura di F. Buffoni, Marcos y Marcos, Milano 2012]

L’Undicesimo quaderno è, come gli altri della serie diretta da Buffoni, una “raccolta di raccolte” più che un’antologia; anche per questo, a tenere insieme i sette autori convocati non sono ragioni estrinseche come l’età o la provenienza (criteri frequenti nelle selezioni antologiche) ma una motivazione profonda: l’assunzione di un’identità, che incide tanto sul piano tematico, quanto su quello formale o, più precisamente, enunciativo.

Da un lato, al centro di queste poesie è infatti la ricerca di un rapporto tra il soggetto e la realtà (la storia, le esistenze), che le sospinge verso una soglia etica. È il caso del ticinese Yari Bernasconi; quella dei suoi personaggi è soprattutto un’identità di confine: tra Italia e Svizzera, innanzitutto; ma anche tra l’io e gli altri, che abitano le storie di una comunità, di una generazione che ha patito il trauma dell’emigrazione: «Non è lontana, l’Italia, ma noi siamo bloccati | in questi gorghi di pietraie, incollati a questi attrezzi | logori e scuri, sporchi di detriti e di sangue».

Dall’altro lato, l’identità si esprime nella grammatica del soggetto, che spesso non è un “io” ma un soggetto collettivo. Nei versi di Azzurra D’Agostino, per esempio, avviene quasi una spersonalizzazione dell’“io”, che si riconosce e si fonde nel “noi”: «attraverso una terra di chi | passiamo noi, noi la schiera | del coro scrostato del dipinto». La scelta del pronome è il segno della volontà di umanizzare e condividere il paesaggio con i «simili», con le creature, personaggi di un’avventura senza trama. In questo, c’è qualche affinità con la poesia di Mariagiorgia Ulbar, che racconta un transito perturbante attraverso gli oggetti, cui l’io delega una parte della propria identità, affidando a loro la responsabilità di esistere: «I ricci del castagno | la tua mano sinistra | non li tocca perché pungono | e pensa allora in gola || messi in gola a noi | che siamo troppi e troppo grandi | per una strada di bosco ondulata | che non svolta quasi mai».

In altri casi, l’affermazione dell’identità passa attraverso dislocazioni di genere letterario e di registro, che situano l’io in un contesto straniato, non necessariamente antilirico ma piuttosto metalirico. Nella poesia di Vincenzo Frungillo, ad esempio, l’esperienza è calata in una dimensione filosoficosapienziale (come nella silloge La fine di Lucrezio, ispirata ai modi e ai contenuti del poema didascalico). Nei versi di Fabio Donalisio, all’opposto, l’io mette la voce in maschera per nascondere l’espressione lirica del sé, sfrangiandola in un gioco allusivo di citazioni poetiche e musicali (da Leopardi, Saba, Montale fino a Leonard Cohen e agli Young Marble Giants di Colossal Youth).

Anche in Marco Simonelli risuona il falsetto; ma il pathos è autentico, anche sotto il controllo di una metrica arguta e vistosa e dietro il ventaglio dell’allusività: i versi di Alle Cascine-Battuage, per esempio, vanno ben oltre la parodia in chiave transgender del Luzi di Presso il Bisenzio: «Loro sono tre, non so se donne e uomini. | Uno la più smaniante del notturno lavorio, | mi si pianta davanti e sibila: “Tu? Tu non sei dei nostri”». Il punto è forse che la conquista di un’identità è parallela alla costruzione di una prospettiva socio-morale; lo si vede bene nelle poesie che rinarrano le esperienze del bambino o dell’adolescente – gli amici di famiglia, gli stili di vita, i luoghi – straniandole con l’umorismo della maturità.

Per Eleonora Pinzuti, infine, l’identità è nelle parole; l’idioletto dell’infanzia si proietta nell’esperienza successiva, non solo attraverso la rievocazione, ma anche per mezzo di una fusione di linguaggi: quello della nipote bambina e quello della studiosa di letteratura. È esemplare, in questo senso, la prima poesia della raccolta: «Come quando, in un bar per la strada, | suggeristi a noi, davanti al primo cappuccino, | “Bimbe, rumatelo bene”» – dove la situazione e il tratto lessicale, che rimandano alla dimensione larica, sembrano contaminati da un’altra poesia iniziale, La bufera, nell’omonimo libro montaliano.