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Winfried G. M. Sebald - "Soggiorno in una casa di campagna"

[ trad. it. di A. Vigliani, Adelphi, Milano 2012 ]

La tentazione dell’oblio. Ecco cosa accomuna i sei saggi raccolti in Soggiorno in una casa di campagna, l’ultimo libro di Sebald che Adelphi traduce per i lettori italiani (tardivamente: la versione originale usciva nel 1998). Uno di questi saggi, il più bello, era già stato pubblicato nel 2006 in forma autonoma, come si addice al suo titolo: Il passeggiatore solitario. Questa monade è Robert Walser, lo scrittore che su di sé disse: «Mi auguro dunque di non essere preso in considerazione. Se ciò malgrado mi si volesse considerare, io a mia volta non considererò chi mi prenderà in considerazione» (R. Walser, Walser su Walser, in Ritratti di scrittori, Adelphi, Milano 2005).

E tuttavia Sebald se ne occupa, scrivendo un saggio in ricordo di uno dei suoi autori prediletti (gli altri sono Hebel, Rousseau, Mörike e Keller, a ognuno dei quali è dedicato un capitolo di questo Soggiorno in una casa di campagna, che sembra l’inquieta sosta di uno scrittore randagio, fermo a recuperare le vite degli altri e a ricomporle in un mosaico autobiografico). La tentazione dell’oblio, dunque. Walser voleva scomparire per davvero e faceva di tutto per riuscirci. I suoi libri – osserva Sebald – evaporano mentre li si legge. La memoria non li trattiene, le pagine si polverizzano tra le ciglia. E il desiderio di sparire si fa col tempo sempre più intenso: negli ultimi anni della sua vita – del suo «curriculum di dolori» (p. 113) – la scrittura di Walser si miniaturizza, si rapprende, diventando geroglifico per aquile o linci.

Quei segni minuti, tracciati a matita, Sebald li interpreta come «un nascondiglio, un’occasione per mimetizzarsi al di sotto del livello linguistico fino a dissolversi del tutto» (p. 125). Sebald è affascinato da questo sogno di annullamento, ma al tempo stesso vuole scongiurare l’amnesia culturale a cui Walser decide di condannarsi: e così lavora al suo salvataggio, ma rende problematica e irrequieta questa sopravvivenza. E un recupero simile è destinato a Hebel, le cui storie volatili vanno lette e rilette «perché il suggello della loro perfezione è la facilità con cui le dimentichiamo» (p. 16), e soprattutto a Keller, che aveva «un solo desiderio: quello di non esistere più» (p. 104).

Annullarsi, farsi inghiottire dall’abisso, non lasciare traccia. Il richiamo della vertigine è potente, ma è sempre contraddittorio, perché questi autori vogliono farsi assorbire dal nulla, eppure non riescono a smettere di scrivere. La scrittura è «una galera» (p. 122), una pratica inarrestabile, una malattia in cui questi uomini lasciano la vita – e che dunque malgrado tutto la eterna. All’usura del tempo e al sogno di svanire qualcosa oltre alla scrittura resiste: sono gli oggetti, protagonisti dell’ultimo capitolo del libro, che Sebald dedica al pittore Jan Peter Tripp. È un saggio che parla di resistenze tenaci, di imprevedibili sopravvivenze, di sfide a Kronos. Gli oggetti dipinti intrappolano le vite passate e spettrali, le fanno entrare nell’eternità, mentre i corpi decadono e i volti che invecchiano sono morte diluita. E a questa morte resisteranno allora parole, parole incise, e poi gusci: un paio di scarpe sformate, la valigia di un figlio, una reliquia. Tutto il resto è amnesia.