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Emmanuel Carrère - "Limonov"

[ trad. it. di F. Bergamasco, Adelphi, Milano 2012 ]

Nulla è più privato e al tempo stesso più pubblico della narrazione attraverso la quale costruiamo il personaggio di noi stessi per raccontare e spiegare la nostra posizione nel mondo. Proprio questa ambiguità può produrre forme paradossali e irreversibili di scambio tra realtà e finzione. Attorno a questa idea, spesso sviluppata fino a diventare una metafora ossessiva, Carrère ha scritto vari libri, ispirandosi a casi estremi prelevati dalla cronaca – L’Avversario, La vita come un romanzo russo, Vite che non sono la mia.

Ma la sua scrittura non asseconda soltanto la passione per le vite possedute dal destino o dal desiderio di un’identità narrativa romanzesca; non si tratta soltanto del gusto per le biografie che si spingono oltre i limiti – che in parte spiega anche i due libri su Herzog e Dick. Tecnicamente, succede altro: l’io narrante non si limita a svolgere il ruolo di narratore-testimone, ma si comporta, per così dire, da avventuroso ladro di vite altrui, cioè non solo deruba il personaggio narrato, oltre che del proprio passato, del racconto attorno ad esso, lavorando, più che sui fatti, sulla fiction prodotta su di essi; ma si serve di questo racconto, trattandolo come una sceneggiatura, per riuscire a riprendersi la propria vita – o una vita propria.

Vita e biografia diventano una cosa sola. Eduard Savenko, rinominato Limonov come «tributo al suo spirito acido e bellicoso perché in russo limon significa “limone” e limonka “granata” (nel senso di bomba a mano)», è stato teppista in Ucraina, poeta, sarto, protagonista della bohème moscovita, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, combattente nei Balcani; e, nel dopo comunismo, detenuto in un campo di lavori forzati sul Volga, leader dei nazbol, il Partito Nazional Bolscevico. Ripercorrendo la sua vita in nove capitoli, incorniciati da un prologo e da un epilogo, dalla nascita (1943) al presente del racconto (2009), il libro di Carrère ha il medesimo carisma del suo protagonista: attira il lettore, gli estorce un’attenzione incondizionata, e tutto ciò almeno a tre livelli.

Anzitutto grazie al corpo a corpo narratore vs eroe di cui si anima la scrittura: entrambi combattono per la costruzione di un destino romanzesco, hanno riferimenti culturali affini, amano le belle donne, condividono persino l’ansia di riscatto attraverso la letteratura e il risentimento per le celebrità – c’è, in ultima sostanza, una certa aria di famiglia megalomane. Ma non è soltanto il piacere dell’avventura che ci appassiona al destino da romance di un ex-lege: Limonov ha il pregio di farci capire che, in buona misura, ignoriamo quasi tutto della Russia, del suo immaginario, delle sue forme di vita e di discorso. E proprio su questo vuoto fa leva anche un terzo motivo, forse il più importante, per cui Limonov ha creato così tanto favore: i giochi di verità attraverso i quali il mondo occidentale finge la conoscenza della Russia sono principalmente due, vale a dire “il romanzo russo dell’Ottocento” e “il Comunismo”.

Queste due grandi narrazioni hanno finito per essere sovrapposte, nella seconda metà del ventesimo secolo, attraverso la scrittura dissidente: di Solženicyn, di Pasternak, di Grossman, per esempio. Facendoci conoscere anche Limonov, e costruendo una trama di «vite parallele di uomini illustri» – «Aleksandr Solženicyn e Eduard Limonov hanno lasciato entrambi il paese nella primavera del 1974, ma la partenza del primo ha suscitato nel mondo molto più clamore» (pp. 97-98) –, Carrère compie una mossa paradossale, perché, di nuovo usando gli strumenti della fiction, mette in scena il Comunismo come grande narrazione: nel senso di autoracconto, ma anche nel senso di un’avventura morale degna di attenzione, e non soltanto nel significato che si potrebbe banalmente dare al sentimento implicato dall’atto di “parlare al cuore di tutti”. Il comunismo ha parlato al cuore di centinaia di milioni di esseri umani, e Limonov riesce, proprio attraverso una biografia eccezionale, a farci guardare la più grande epica dell’uomo comune.