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Leos Carax - "Holy Motors"

[ Francia 2012 ]

Uscito in Italia un anno dopo la presentazione a Cannes e distribuito in poche copie, Holy Motors non ha avuto lo spazio che meritava. Peccato, perché era dai tempi di Mulholland Drive (più che di Inland Empire o The Tree of Life) che al cinema non si vedeva un film così inventivo. Regista di un pugno di lungometraggi in trent’anni, Leos Carax ha la fama di essere un “autore maledetto”. Autore, se vogliamo, in modo fin troppo ostentato: “Leos” è un acronimo del suo vero nome Alexandre (Dupont) e di Oscar (dal premio): nei suoi primi tre film l’attore-feticcio Denis Lavant si chiama Alexandre, in quest’ultimo Oscar.

Maledetto soprattutto dai produttori: dopo Boy Meets Girl (1984) e Rosso sangue (Mauvais sang, 1986), che lo hanno consacrato come “giovane promessa” del cinema francese, il suo nome è diventato sinonimo di fallimento commerciale: Gli amanti del Pont-Neuf (Les Amants du Pont-Neuf, 1991) – le cui disgraziate riprese ricordano quelle di Apocalypse Now e Fitzcarraldo – è stato solo parzialmente apprezzato dal grande pubblico, che ha riservato una sorte analoga a Pola X (1999). Autofinzione, atteggiamento prometeico (il suo motto è «À l’impossible je suis tenu », dall’Orfeo di Cocteau, uno dei numi tutelari di Holy Motors), tempi lunghi di realizzazione, incomprensione delle platee: un miscela di elementi ideali per farne un mito del cinema contemporaneo.

Di questo è tanto consapevole da esibirsi nel prologo di quest’ultimo lavoro. Lo vediamo svegliarsi in una camera, trascinarsi lungo le pareti su cui è disegnata una selva oscura che penetra aprendo una porta mimetizzata. Si ritrova nella galleria di un cinema e osserva il pubblico addormentato (o morto). Un egotico siparietto extradiegetico che gli perdoniamo, perché quello che segue è straordinario. Un uomo d’affari sale in una limousine, parla con un amico che lavora in borsa, si traveste da vecchia mendicante e si fa scaricare su un ponte parigino. Il film è tutto così: una giornata lavorativa di Monsieur Oscar, un Fregoli salariato.

Non capiamo bene il senso del suo mestiere né per chi metta in scena tutti quei personaggi, a meno che non siano destinati solamente a chi guarda il film. Non ha comunque importanza, perché quello che ci viene chiesto è di lasciarci stupire dalle continue metamorfosi del plasticissimo Lavant. È una continua sorpresa, come nel cinema delle origini, quando allo spettatore non si raccontava una storia ma lo si sbalordiva con un susseguirsi di attrazioni. Quest’associazione non è tanto stravagante. Non perché oltre un secolo fa anche Fregoli ha interpretato diversi cortometraggi, ma perché fra i titoli di testa e all’interno del film si vedono degli estratti di chronophotographies di Étienne-Jules Marey, uno dei precursori del cinématographe Lumière.

Marey era un fisiologo che cercava di registrare i movimenti del corpo umano. Carax propone un aggiornamento dei lavori di Marey quando mette in scena il motion capture di una performance di Monsieur Oscar con una contorsionista, che si trasforma in mostruose immagini 3D. È il cinema che si reiventa continuando a meravigliare (e a inquietare) il pubblico. Le immagini stereoscopiche, però, sono fredde, a differenza dei movimenti dei due personaggi.

Questo mi sembra il punto fondamentale del film, che si può leggere come un’elegia del cinema tradizionale. Holy Motors, del resto, è stato girato con macchine da presa all’occorrenza montate su dei binari o dei bracci meccanici. Quelli che vediamo nelle inquadrature, anche se fotografati in digitale, sono corpi, macchine e luoghi reali. A fine serata, quando gli autisti le parcheggiano in un garage, le limousine si concedono due chiacchiere fra loro. Perché parlano? Perché sono vive: sono parte di quell’insieme di azioni, di gesti, di quell’esperienza di vita che è (sempre meno) costituita dalle riprese di un film.