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Gian Piero Piretto "La vita privata degli oggetti sovietici. 25 storie da un altro mondo"

[ Sironi, Milano 2012 ]

La vita privata è ciò che, partecipandosi agli oggetti, ne fa cose; il passaggio dall’uno all’altro statuto corrisponde, se oggetto è un’entità con cui il fruitore intrattiene un rapporto di mero possesso, all’ingresso in un tessuto materiale e spirituale fatto di affettività, un panorama di usi ed emozioni in cui la cosa si inserisce come aggregatore, concreto e simbolico, in grado di piegare (non di rovesciare) spazio e tempo ufficiali e contribuire alla costruzione di nicchie, microambienti e microstorie quotidiane. Piretto cita De Certeau e parla di «pratiche» dei cittadini sovietici che incrociano obliquamente le «strategie» dello stato e del potere, produttori di oggetti veicolanti un altissimo tasso di ideologia e di propaganda; e scrive una «biografia di cose», intendendo le sue “cose sovietiche” alla stregua di emblemi rinascimentali, «allegorie di vite umane». Consegnandoci questo catalogo, magnificamente illustrato, di oggetti comuni e poveri (sigarette, portabicchieri, barattoli di conserva…) “cosificati” da ripetuti maneggiamenti e rifunzionalizzazioni, e non mancando mai di sottolineare il proprio coinvolgimento di osservatore interno/esterno, di straniero che ha soggiornato a lungo in Russia a partire dagli anni Settanta, Piretto circoscrive un territorio e lo difende da due pericoli.

Da una parte, concentrando nella sua narrazione di reperti significativi una parte della vita culturale russa da Lenin agli anni Ottanta, mostra l’operare di un regime molto ostile (specie negli anni staliniani) al concetto stesso di vita privata, relegato ai margini e idealmente sostituito dalla réclame di un’esistenza pubblica esemplare e tutta al servizio degli imperativi ideologici (il libro è da leggere in stretto contatto con la ricerca precedente di Piretto, Gli occhi di Stalin, sulla costruzione della cultura visuale in Russia sotto il “grande padre”); e mostra al contempo come uno spazio almeno semiprivato sia stato mantenuto abitabile, con descrizioni estremamente suggestive, ad esempio, del sistema di doppie finestre delle case sovietiche e degli interstizi che ne derivavano (emblema a sua volta della negoziazione dei rapporti tra interno e esterno, pubblico e privato), o dei nomignoli o diminutivi d’affetto, tipicamente russi, coi quali, alterandone il nome “vero”, anche l’oggetto in apparenza più insignificante era designato (la reticella per la spesa ribattezzata avos’ka, restituibile forse con uno pseudoromanesco mammagari – sottinteso: potessi riportarla a casa piena: gli esiti delle spedizioni di approvvigionamento erano imponderabili).

Dall’altra parte, Piretto cerca di sottrarre ciò di cui parla alla voga, nata dopo il crollo del blocco sovietico, dell’oggetto nostalgico, riauratizzato, trasfigurato in arte o magari riprodotto in serie, venduto ai turisti come souvenir o ai collezionisti come citazione defunzionalizzata; anche in questo caso si ha a che fare con oggetti caricati sentimentalmente, ma privati di vero valore conoscitivo e (micro-)storico. Se l’equilibrio tra spazi, tempi e usi, instabile e conquistato a fatica (le pagine sulle code davanti ai negozi, sul mercato contadino fornito ma carissimo, o sul rapporto tra la sporcizia dei bagni pubblici e la pulizia delle case private sono per questo esemplari), è andato in pezzi con l’introduzione massiccia del capitalismo, e dunque l’altro mondo di cui parla Piretto si è definitivamente inabissato, l’autore tenta di evitare ogni tipo di trattamento estetizzante e derealizzante dei reperti (nonché ogni vagheggiamento restauratore) allo scopo di restituirli, con allegate narrazioni compartecipi, come tracce di un sistema della vita che nuove condizioni storiche hanno spazzato via. Mi è difficile non accostare questo tentativo, per il coinvolgimento profondo e insieme critico e con le ovvie differenze di medium, oggetto e metodo, ad alcune narrazioni per immagini che indagano ciò che è successo dopo, come il dittico dei Quaderni Ucraini, Memorie dai tempi dell’URSS, del graphic novelist Igort.