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Mario Benedetti - "Tersa morte" (2013)

[Mondadori, Milano 2013]

Tersa morte è una raccolta fondamentale per capire la ricerca poetica di Mario Benedetti negli ultimi dieci anni e il suo confronto con il linguaggio come possibilità di trovare una ragione legittima allo scrivere. Prendere la parola è un atto difficile se si avverte che il legame tra eventi, linguaggio e individuo è segnato da discrasie profonde, che non ammettono più ingenuità: la scrittura, così come l’ha vissuta Benedetti nel corso di questi anni, non dà più la certezza che chi ne fa uso possa avere uno strumento di rappresentazione credibile. Benedetti ha unito il problema dell’identità e del linguaggio, il piano psicologico, ontologico e metaletterario, senza scomporre la dizione in forme sperimentali.

Le sue raccolte rivelano spesso atti di resistenza alla perdita di dicibilità della lingua – in modo sofferto e vertiginoso Pitture nere su carta (2008). In Tersa morte la forma lirica è ricomposta, sulla scia di Umana gloria (2004). Attraverso l’esperienza di alcuni lutti familiari, l’io proietta se stesso in un sosia immaginario, ironico ed eroico, che lo guida attraverso il presente e i ricordi, facendo emergere il bisogno elementare del linguaggio. Il dire si manifesta subito come un vedere, ereditando la sensibilità visiva di Umana gloria, ma ancor di più come un toccare, allo stesso modo in cui il pensiero diventa un trattenere le esperienze, gli oggetti, le persone.

Così nella sezione Madre, ad esempio, dove si ha la sensazione di poter toccare un’intimità familiare, che ricorre spesso, nel corso del libro, attraverso il colore azzurro; e nella sezione Altre date, in cui i ricordi escono da dagherrotipi e appaiono subito sopravvivenza della vita attraverso le parole. Come ricorda il sosia nella sezione Il sosia guardia e come fa, all’opposto, la sua controparte negativa nella sezione Idiot boy, non si può essere distratti o disonesti con le parole. L’esperienza della morte lo dimostra chiaramente ed è «tersa», è la limpida evidenza a cui conduce il dolore: per vedere, per sapere, per sentire dobbiamo dire; noi stessi siamo parole nella misura in cui sono le parole a dare capacità nostra conoscenza e alla nostra coscienza.

Questa identità tra la persona e il linguaggio appare, nell’ultima sezione, in una luce malinconica, consapevole ed estatica. L’io e il sosia sospendono il giudizio, lasciando che restino nella mente del lettore alcune movenze stilistiche e tonali, come l’uso frequente dei verbi al presente indicativo, soprattutto il verbo essere che crea legamenti identitari tra oggetti e significati, o le numerose proposizioni affermative e l’enumerazione. Restano nella mente anche quelle fratture sintattiche e quelle sospensioni che, attraverso la misura tendenzialmente tradizionale dei versi e la lingua orientata sulla cadenza del parlato, generano improvvisi punti di rottura, ricordando la faticosa tenacia dell’autore ad aver ritrovato, dopo Pitture nere, una sintonia con il linguaggio e una verità in esso.

Quest’ultima raccolta di Benedetti ha un tono più intimo rispetto a quello usato in Umana gloria, una struttura più libera e sgrana l’elegia della “pena” di tradizione novecentesca (Ungaretti, Luzi) in una rete dove lo status lirico è al centro di un campo di forze che la poesia prova a trattenere con un equilibrio estetico, come dimostra proprio il fermo confronto con il linguaggio. Uno status per cui trovare questo equilibrio si impone con necessità, aprendo una finestra anche sull’estetica di molta poesia di oggi che sembra essere, soprattutto, non più scelta certa di poetica, ma ricerca variegata e in fieri di equilibri.