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Edoardo Winspeare - "In grazia di Dio" (2014)

[Italia 2014]

In grazia di Dio, scritto e diretto dal regista pugliese Edoardo Winspeare (autore di Pizzicata, 1996; Sangue vivo, 2000; Il miracolo, 2003; Galantuomini, 2008) racconta l’Italia, e la sua crisi, collocando la narrazione a sud, come stanno facendo alcuni dei film italiani più interessanti degli ultimi tempi (per esempio È stato il figlio, di Ciprì; Salvo, di Grassadonia e Piazza; o Il sud è niente, di Mollo). Siamo ai bordi estremi del territorio nazionale, a Capo di Leuca, nel Salento. Una piccola fabbrica a conduzione famigliare dove si producono capi d’abbigliamento per conto di qualche industria del nord è costretta a chiudere, perché i proprietari non riescono a restituire un prestito a tassi d’interesse troppo alti, mentre intanto anche il lavoro non c’è più, per via della concorrenza cinese.

Come accade spesso nei momenti di crisi, le donne della famiglia reagiscono, mentre gli uomini spariscono quasi subito dal racconto: il fratello della protagonista emigra in Svizzera; l’ex marito è arrestato per tentato favoreggiamento a scopi di lucro dell’immigrazione clandestina. Restano allora le due sorelle, la figlia adolescente di una di loro, e la madre; per cominciare a pagare i debiti tocca vendere la casa, e tornare a lavorare la terra, andando ad abitare in una proprietà semidiroccata in campagna, e tornando a praticare, quando si può, un’economia del baratto.

In grazia di Dio è un piccolo film realizzato con mezzi di produzione a costo limitato, eppure sa raccontare molto bene due tratti significativi dell’Italia di questi anni, come stanno facendo altri film non eclatanti e tuttavia di forte essenzialità espressiva realizzati anche nel resto d’Europa. Anzitutto, infatti, si narra – con sobrietà, con uno sguardo che non copre mai l’immagine e i dialoghi con intrusioni autoriali o denunce di maniera – come oggi i microcosmi marginali – quelli della provincia, della campagna, del sud –, insomma i luoghi dove ancora è forte una cultura premoderna, siano spesso diventati gli spazi in cui possono diventare più visibili, proprio perché sono più paradossali purché si sappia scorgerli, i conflitti d’identità legati allo scontro tra i modi di vita “locali” e le contraddizioni indotte dalla globalizzazione delle merci e dei modelli di cultura e di consumo a essa legati.

Il film parla di liberalismo selvaggio, o di immigrazione clandestina, per esempio, guardando come questi fenomeni agiscano dentro un mondo ancora arcaico (dove la famiglia e la religione continuano a regolare la scansione del tempo); e come questo mondo a sua volta reagisca, spesso riattivando, in maniera vitale, anticorpi già sperimentati in passato (l’emigrazione in Svizzera, il ritorno alla campagna). La scommessa narrativa del film, e si arriva al suo secondo tratto forte, è quella di raccontare questo impatto senza timore di usare tutti gli stereotipi con cui di solito si racconta il Bel Paese (il sud, la solarità, le scene madri famigliari, il cibo, il femminile mediterraneo, la natura), ma senza servirsene, stavolta, a fini bozzettistici o facilmente comici (come hanno fatto, ad esempio, Özpetek o Veronesi nei loro recenti e macchiettistici film ambientati in Puglia).

Il punto è che l’Italia è un paese troppo raccontato attraverso gli stereotipi: è innegabile. Ma altrettanto innegabile è che gli stereotipi esistono (e resistono); al tempo stesso, vale la pena di osservare che quando si parla dell’Italia a procurare l’effetto del già visto, dell’iconografia da cartolina, più che l’oggetto guardato, molte volte, è lo sguardo inerte che usa quella realtà, spesso anche con postura orientalistica, senza reinventare nulla. Il Salento narrato da In grazia di Dio non vale solo per se stesso: racconta una storia nazionale, e forse pure di più, perché i tratti locali non sono una performance folkloristica: anziché riprodurre un’estetica del tipico, si rifanno ai modi seri del realismo.