Informativa sull'utilizzo dei cookie

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Accetto

Italo Calvino - "Sono nato in America… Interviste 1951-1985" (2012)

[a cura di L. Baranelli, introduzione di M. Barenghi, Mondadori, Milano 2012]

Non sempre le interviste valgono come immediati autocommenti alle opere: talvolta anzi possono depistare la critica; in altri casi ne confondono lo sguardo schiacciando i testi sul biografismo. Ciò malgrado, le dichiarazioni d’autore restano importanti, perché riaprono il varco tra il linguaggio e l’esperienza da cui si forma la scrittura: aiutano, dunque, a comprendere i modi, le intenzioni, persino le falsificazioni dell’io all’opera. Nel caso di Calvino, poi, si tratta anche di più, cioè della tensione tra mondo scritto e mondo non scritto che non è soltanto un’occasione, ma la qualità di pensiero e di vita di un’intera attività: «sono convinto d’essere sempre lo stesso in ogni cosa che scrivo, ma di non esserci tutto».

Il corpus proposto da Baranelli (centouno interviste a Calvino rilasciate tra il 1951 e il 1985, circa metà di quelle note) è importante tuttavia anche per altre ragioni: per l’eroica dovizia del curatore (ogni intervista è lo spunto di una sorta di detective-story, tanto è accurata la ricerca non solo delle versioni pubblicate, ma delle stesse trascrizioni manoscritte degli intervistatori, e come esempio si rimanda alla nota 2 di p. 229, riguardante le risposte rilasciate ad Almansi nel 1977) e per il testo introduttivo di Barenghi, che è un vero saggio sull’intervista come genere critico ibrido ma non perciò secondario, giacché «vanta un’ascendenza che più illustre non si potrebbe immaginare, il dialogo; ma in quanto genere letterario, il dialogo è sempre finzione» (p. XIX).

Di tale ambiguità il più consapevole di tutti doveva essere proprio Calvino, che si negava maniacalmente alla deriva della parola riscrivendo le risposte, spesso anche le domande, e intrattenendo chi lo intervistava in lunghi silenzi alla ricerca dell’espressione precisa. Proprio in questa idea costante della parola scritta come illusione «di superare le difficoltà, di passare come attraverso cespugli che mi sbarrano la strada» (p. 490, e si noti che l’intervista risale al 1982, a venticinque anni dal Barone rampante), proprio in questa fedeltà al “mestiere” emerge la continuità di tali testi con l’opera.

Da questa ritrovata interezza può nascere la possibilità di una nuova stagione di letture sganciate, per così dire, dalla pregiudiziale Calvino spesso operante negli scorsi decenni, quando l’autore era diventato più che altro idolo, ora adorato, ora aggredito, della giocoleria espressiva; oppure emblema ostentato di un rifiuto quasi automatico per chi volesse occuparsi di Pasolini. Sono nato in America… è al tempo stesso un prezioso tracciato dei mutamenti del campo letterario italiano del secondo Novecento. Per constatarlo, si potrà recuperare l’intervista del 1980 con Del Giudice (pp. 396 ss.), che è un saggio sulla teoria della narrativa; o l’incontro con gli studenti di Pesaro, nel 1983 (pp. 526 ss.); l’intervista del 1985 con Gregory Lucente (pp. 569 ss.), sui rapporti con lo strutturalismo e sull’idea di letteratura come «sistema di differenze »; o, ancora le risposte preparate per l’edizione italiana di «Playboy» dell’agosto 1984 (pp. 580 ss.).

C’è una nuova generazione – non necessariamente in senso anagrafico – a cui l’opera di Calvino ha molto da dire: per esempio a proposito della pratica della scrittura come lavoro, come esercizio etico, oltre che stilistico, di difesa dal generico («credo poco alle cose di getto»: p. 367); in più, i libri di Calvino possono parlarci ancora, e di nuovo, di una questione già affrontata tra gli anni ’50 e ’60 – e non soltanto per gusto di sperimentazione retorica – e che sta oggi diventando uno dei più grandi terreni di discussione e di autodefinizione del pensiero del ventunesimo secolo, cioè la biodiversità, intesa come modo di produrre cultura entrando più che si può nella logica interna e nello sguardo di forme di vita diverse dalla nostra: «il mondo esiste indipendentemente dall’uomo; il mondo esisteva prima dell’uomo ed esisterà dopo, e l’uomo è solo un’occasione che il mondo ha per organizzare alcune informazioni su se stesso»: p. 133, 1967).