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Luca Daino - "Fortini nella città nemica. L’apprendistato intellettuale di Franco Fortini a Firenze" (2013)

[Unicopli, Milano 2013]

In più occasioni, in poesia e in prosa, Franco Fortini ricorre all’antonomasia «città nemica». Firenze è la città nemica in due liriche di Foglio di via, ma anche in una recensione del 1940 ai racconti dell’amico Piero Santi. L’aggettivo esibisce un’incompatibilità con l’ambiente in cui Fortini ha trascorso la giovinezza e che, com’è noto, ha eluso anche grazie all’influsso di Giacomo Noventa. Con il saggio Fortini nella città nemica Luca Daino guarda da vicino proprio gli anni fiorentini di Franco Lattes, la sua attività intellettuale e la sua produzione artistica tra il 1935 e il 1941. Il materiale preso in considerazione è molto vario, comprendendo poesie e racconti, scritti di critica d’arte e opere grafiche.

L’idea su cui poggia il saggio è che le «radici intellettuali » di questa grande figura del nostro secondo Novecento non vadano «individuate esclusivamente o quasi nel periodo bellico» (p. 16). Così gli anni tra il 1942 e il 1945 sono stati senz’altro determinanti, ma non hanno impedito – come talvolta ha sostenuto lo stesso interessato – passaggi osmotici, più o meno sotterranei, tra il mondo di Franco Lattes e quello di Franco Fortini (sulla distinzione nominalistica Daino insiste molto). Tra questi due profili, piuttosto, sarebbe da riconoscere, recuperando un titolo celebre, un «dialogo ininterrotto» (p. 26).

La carica utopica che è asse portante della poetica del Fortini maggiore, secondo Daino, trova il «suo principio nella tensione verso un altrove che caratterizza gli anni fiorentini» e dunque nell’esperienza religiosa (p. 133). Esistono cioè analogie e continuità tra i procedimenti che, sulla scorta della teologia negativa, di Barth e Kierkegaard, caratterizzano l’orizzonte degli anni Trenta e l’articolarsi della dimensione politica delle grandi raccolte, la visione della poesia come «frammento di ferro meteoritico », elemento sulla terra ma che rimanda e tende ad altro. Fortini nella città nemica approfondisce e dà maggiore solidità ad alcune tesi già acquisite dalla bibliografia critica sull’autore, ne propone con sicurezza nuove e libera il campo da interpretazioni meno fondate.

Interessante in questa prospettiva è il lavoro d’indagine su quanto il racconto Spiaggia di settembre debba ad alcuni passi della Persuasione e la rettorica di Michelstaedter (in particolare il secondo capitolo «L’illusione della persuasione»), con la «voce estranea» (la michelstaedteriana «voce indistinta ») che palesa al protagonista «la fallacia delle esigenze di solito ritenute primarie, come il piacere, l’amore, la felicità» (p. 63). Ed è piuttosto convincente anche l’insieme di nomi che Daino indica tra i riferimenti di Fortini negli anni dell’apprendistato fiorentino.

Forse lascia qualche dubbio l’ipotesi sul rapporto con D’Annunzio, così come si ha l’impressione che alcuni carotaggi sulle eventuali influenze di Tasso o di alcuni espressionisti d’inizio Novecento avrebbero potuto giovare alle tesi del saggio. Il lettore dei grandi testi del Fortini maturo scorge, con il libro di Luca Daino, come dietro l’io lirico degli anni Sessanta e Settanta ci siano pure le sperimentazioni su un soggetto evanescente, ma anche come la rappresentazione del paesaggio, le allegorie vegetali delle raccolte della seconda metà del secolo siano, con la loro complessità, l’approdo di una parabola passata, in precedenza, attraverso la fiducia per l’idillio e per una natura pacificata.