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Linda Bertelli - "Immagini senza quadro. Esperienza e rappresentazione nelle opere di Henri Bergson" (2014)

[Mimesis, Milano-Udine 2014]

La tesi bergsoniana della “durata” aveva fissato un’originale concettualizzazione della temporalità e della coscienza, ma, storicamente, essa è stata più trascurata che studiata, probabilmente a causa del successo ottenuto da altre importanti teorie sviluppate nello stesso periodo – come la definizione del cronotopo della relatività di Einstein, o il consolidamento della teoria neuroscientifica delle localizzazioni cerebrali, o la psicoanalisi: studi che propongono una concettualizzazione temporale o un’idea di interiorità umana diverse da quelle bergsoniane.

Oggi, però, sembra farsi avanti la necessità di rivalutare Bergson alla luce delle evidenti connessioni tra la sua teoria della “durata” e le opere di grandi pensatori, come Benjamin, Deleuze e il contemporaneo Didi-Huberman, e di fondamentali autori del Novecento, quali Joyce, Proust, Woolf, T. S. Eliot, Ungaretti e Montale. Linda Bertelli ha il merito di richiamare l’attenzione dei lettori sulle prime opere di Bergson, in particolare Materia e memoria (1896) e sui tre articoli che la precedono, in cui la teoria della “durata” bergsoniana prende forma, rielaborando i concetti di immagine, memoria, percezione e rappresentazione.

Immagini senza quadro si apre introducendo la caratteristica principale delle immagini bergsoniane: l’essere un flusso indistinto e indivisibile in continuo mutamento. Esso è al contempo datità oggettiva e sguardo interiore, ovvero «l’immagine è un’esistenza a metà strada tra la cosa e la rappresentazione». E per Bergson tutto si sviluppa a partire da questo «piano unico delle immagini » descritto nel dettaglio nel primo capitolo dell’opera di Bertelli, «La totalità delle immagini: il concetto di materia». In questa “totalità”, una in particolare emerge e se ne separa: è quella identificata da Bergson come «il mio corpo» che, a differenza delle altre immagini, può avere sia uno sguardo interiore che uno esteriore, ed è quindi l’unica immagine in grado di immaginarsi.

Nel secondo capitolo, «La percezione come taglio nella materia», l’autrice spiega come il corpo si opponga alla totalità delle immagini «creando un’interruzione nella continuità della pura materia» (p. 63). Per Bergson il corpo, muovendosi nello spazio, percepisce le immagini che lo circondano e grazie alla sua capacità ordinatrice può disporle secondo un ordine e una distanza particolari; proprio questa disposizione costituisce il nostro «orizzonte di percezione» (p. 65). «Quando mancano gli oggetti: l’allucinazione tra percezione e memoria» è il terzo capitolo, dove viene discusso il concetto di allucinazione, con il quale Bergson ridefinisce la sua teoria della percezione. Si vedrà infatti come il filosofo, superando l’idea della datità dell’oggetto, teorizzi che «è la percezione a decidere del senso dell’oggetto» (p. 144).

Bertelli fa emergere chiaramente questo innovativo aspetto del pensiero bergsoniano, ponendolo a confronto con le teorie della psichiatria francese contemporanea a Bergson, con «l’idea di immagine quale sensazione rinascente » (p. 127) dell’illustre teorico francese Taine (1828-1893), e con i fondamenti del realismo e dell’idealismo. Infine, dopo aver mostrato le condizioni nelle quali si verifica la percezione di un’immagine esteriore, Bertelli mostra come avviene la percezione di un’immagine che appartiene all’interiorità. E la memoria bergsoniana è il fulcro di questo quarto e conclusivo capitolo, intitolato «Rappresentazione e memoria», che mostra come la vita interiore, la “durata”, venga recuperata sottoforma di una nuova e ulteriore figura: l’immagine-ricordo.